Lo sguardo in una stanza. I mille volti di Raul

Lo sguardo in una stanza. I mille volti di Raul

Nel semplice incontro di un uomo con l’altro si gioca l’essenziale, l’assoluto:
nella manifestazione, nell’«epifania» del volto dell’altro scopro che il mondo 
è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’altro. E l’assoluto si gioca
 nella prossimità, alla portata del mio sguardo, alla portata di un gesto di
 complicità o di aggressività, di accoglienza o di rifiuto.

Emmanuel Lévinas

Davanti a certe opere d’arte è necessario sospendere il giudizio, lasciarsi alle spalle i preconcetti, i piani passati, i tormenti logorroici, i lamenti ipocondriaci. Di fronte a certe immagini che cannibalizzano completamente ogni singolo atomo della testa, è necessario non indugiare e fare un passo in avanti diretti verso ciò che ci sta divorando. È il coraggio di chi un’opera d’arte la vive di pancia, ne viene assorbito, amato, compreso, risucchiato, mangiato, digerito e poi risputato fuori al mondo con una violenza estrema. Se mai vi doveste trovare di fronte al gigante Eva di Gardaland all’ingresso di una grossa bocca intravedendone la cavità, con tanto di denti canini, il mio consiglio è: fatevi divorare.

Raul | A Thousand Faces Cock 'n' Bull Gallery Part. installazione
Raul | A Thousand Faces
Cock ‘n’ Bull Gallery
Part. installazione

 

Ma non fatevi sbranare velocemente, la velocità lasciamola ai futuristi. Noi, godiamoci lo spettacolo lento e profondo, lasciamo che le gambe abbiamo un leggero cedimento, i muscoli una sospetta tensione, gli occhi un notevole riempimento e poi, ascoltiamo il battito che ci sembrava smarrito nel bosco disincantato e lasciamolo correre in un susseguirsi di emozioni che vanno dallo stupore alla incredulità, dalla meraviglia allo sbalordimento, dalla sorpresa al disorientamento. Lasciate che il tempo si fermi per pochi attimi, che il diaframma si riempia d’aria, che le farfalle facciano capriole dentro allo stomaco. Solo dopo tutto questo, sarete pronti per affrontare la sfida dei mille volti di Raul (Pescara 1980). Solo dopo aver attraversato tutta una serie di sensazioni che tendono il cervello con una tenaglia, arricciano la pelle con una scossa, inturgidiscono con una doccia gelata, allora sarete pronti a specchiarvi e farvi strada verso l’idea dell’infinito che si ha nell’incontro con l’altro e il suo volto, che in fondo è anche il vostro. A Thousand face è una danza tribale dove i ballerini sono chiamati a togliersi la maschera svelando la loro identità senza problemi raziali, fisiognomici o estetici. I volti soli li, sono fonti di riconoscimento in quanto le forme singolari sono impregnate di senso e di valore che rimandano all’identità dei soggetti che Raul incontra nei suoi viaggi. I suoi volti rivelano, nel loro essere carne dipinta su carta o tela, nel loro farsi parola, nella loro urgenza di comunicare. Quei volti che guardiamo e che ammiccano lo sguardo costituiscono un’apertura nella membrana dell’essere, sono una presenza viva, un’espressione che sapientemente prende forma.

Raul | A Thousand Faces Cock 'n' Bull Gallery, PART. istallazione
Raul | A Thousand Faces
Cock ‘n’ Bull Gallery, PART. istallazione

Il volto secondo David Le Breton è il luogo di riconoscimento reciproco e nella singolarità della forma riconosciamo un individuo. I volti che incontriamo nella pittura di Raul – di gesto, istintiva, immediata – sono volti che catturano lo sguardo e lo riconsegnano al mittente sprigionando una forza primitiva. Non ci sono orpelli, non ci sono masturbazioni mentali, non ci sono logiche precise, esistono solo un popolo di segni che costruiscono le diverse fisionomie degli abitanti delle sue storie. È lui, siamo noi, sono le persone che incontriamo, è la gente che passeggia e che viene catturata dal tratto rapido e spontaneo di un artista che non ha deciso, ha fatto decidere alla pittura quale sarebbe stata la strada giusta da percorrere. Il colore, dato con segni spontanei, mischia le carte e ci sottrae a una noiosa quotidianità, a volte il segno è sottile e tagliente a volte spesso e pastoso come una crema, a volte è colore spruzzato, a volte è iniettato di DNA, a volte ci lascia senza parole altre, ci tira fuori la lingua dal desiderio di urlare dall’emozione. Ma, in tutte queste condizioni, è sempre il volto a dominare la scena e ad aprire il sipario per renderci consapevoli che il volto è il codice di una persona. I volti di Raul sono una vera frattura. Una frattura nella distanza invalicabile delle culture come sostiene Lévinas, la frattura nel territorio unificato e reso disponibile dalla conoscenza, la frattura nella ricerca dell’altro attraverso il suo volto, la frattura dello sguardo che è conoscenza e percezione. I visi di Raul si espongono direttamente, si danno a noi completamente, senza inibizioni, senza paure, senza difesa apparendoci con nuda dignità. Di fronte ai volti di questo giovane artista pescarese si realizza uno spettacolo, una messa in scena della realtà, il com’è e il com’era confondono la visione obbligando lo sguardo dello spettatore a una scelta. “Trovo straordinario che l’immagine, diversamente dal pensiero, non imponga alcuna opinione alle cose. In ogni operazione del pensiero è sempre implicito anche un giudizio sugli oggetti, sugli uomini, su una città o su un paesaggio. Il vedere invece trascende dalle opinioni; guardando una persona, un oggetto, o il mondo noi sviluppiamo un rapporto autentico, un’attitudine sganciata da qualsiasi giudizio, in fondo percepiamo a livello puro. L’atto di vedere è percezione e verifica del reale, ovvero un fenomeno che ha a che fare con la verità, molto più del pensiero, nel quale invece ci smarriamo più facilmente allontanandoci dal reale. Per me, vedere significa sempre immergersi nel mondo, pensare, invece, prenderne le distanze”.[1]

Raul | A Thousand Faces Cock 'n' Bull Gallery, ALLESTIMENTO
Raul | A Thousand Faces
Cock ‘n’ Bull Gallery, ALLESTIMENTO
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Raul

 

Il volto è rivolto verso di noi, ci guarda, ma chi guarda chi? Ciò che vediamo potremmo pensarlo come un gioco di sguardi; è nel gioco degli sguardi che chi guarda dà senso, cioè attribuisce qualcosa di più della mera esistenza, così il guardato ammicca o restituisce lo sguardo allo spettatore rinviandogli di nuovo senso. In altre parole, vedere o guardare si dà a partire da almeno due soggetti. Non si può supporre un solo sguardo, perché non c’è nulla capace di sostenere il solo sguardo, non si può in ogni caso sfuggire alla penetrazione o al rispecchiamento. In entrambi i casi chi è in gioco è l’Altro da sé.

In ogni caso chi è coinvolto è il nostro volto e il volto dell’altro.

A Thousand face siamo noi, tutti noi.

 

 

[1] W. Wenders, L’atto di vedere, Ubulibri, Milano, 1992

 

Raul | A Thousand Faces

Cock ‘n’ Bull Gallery, Tramshed,
5 Marzo 2015 – 17 Aprile 2015

32 Rivington Street,
EC2A 3LX London, United Kingdom

 

Simona Gavioli

A chi mi chiede perché amo l’arte rispondo cosi:
Sono nata nella città di Virgilio, del Regno dei Gonzaga e di Isabella D’Este, una delle donne più colte e stimate del Rinascimento. Sono nata tra le mura di Palazzo Te (Giulio Romano) e la camera degli sposi (Andrea Mantegna). Sono cresciuta saltellando qua e là, facendo finta di pregare tra la chiesa di San Sebastiano e la Basilica di Sant’Andrea (Leon Battista Alberti). Sono vissuta dividendo la mia vita tra cucine e chiese matildiche; la mia favola, prima di dormire, era L’Arte di Ben Cucinare di Bartolomeo Stefani, cuoco al servizio di Ottavio Gonzaga.
A chi mi chiede perché scrivo, non rispondo.
Ma a chi mi chiede perché scrivo di arte e di cucina, dico solo che la scrittura è qualcosa che hai dentro e dalla quale non puoi scappare perché fa parte di te. La scrittura, come l’arte, ingombra la vita, soprattutto quando diventa urgente, compulsiva e passionale come la mia.
Simona Gavioli

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