ACCADE OGGI – La tragedia di Superga, il disastro aereo che mise la parola fine alla storia del Grande Torino, è datata 4 maggio 1949. Di rientro da Lisbona, l’aereo con a bordo una delle più grandi squadre della storia, si schianta sul colle di Superga: perdono la vita tutti i 31 passeggeri.
La tragedia di Superga. Settantacinque anni fa, di rientro da Lisbona dopo un’amichevole con il Benfica, l’aereo che trasportava la squadra e lo staff del Grande Torino più tre giornalisti, si schianta sul colle di Superga, a nord di Torino. Sono le 17.03. Non si salva nessuno. Il punto conclusivo, che nessuno avrebbe mai voluto porre, alla storia di una squadra eccezionale, formidabile, diventata leggenda.
IL GRANDE TORINO
Bacigalupo. Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano. Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola.
Per i tifosi del Torino è un mantra. Una poesia da recitare con trasporto e devozione. La formazione tipo di una delle squadre più forti della storia. Dieci su undici compongono anche l’ossatura della Nazionale Italiana guidata da Vittorio Pozzo.
La squadra è il simbolo di un Paese che aveva conosciuto la guerra e si ritrovava spezzato in due. L’Italia si identifica in una squadra spettacolare. Tutti i tifosi, anche quelli delle squadre rivali, amano il Grande Torino
La squadra è talmente forte che giocarci contro è un privilegio. Qualsiasi altra squadra (che non militi nel campionato) cerca di giocarci contro. Vogliono tutti fare delle amichevoli e invitano quegli eroi nazionali.
Così, la stagione 1948-49 si apre con una tournée in Brasile. Ferruccio Novo, il presidente, pensa a una squadra in grado di competere in Italia e di farsi bella negli stadi di tutto il mondo. Il numero uno granata cerca di acquistare nuovi elementi che possano dare nuova linfa alla squadra e far rifiatare i titolarissimi.
Il campionato, nonostante una partenza più lenta del solito, va come da copione. E a gennaio, il Toro, si laurea campione d’inverno. Il girone di ritorno la squadra allunga sulle inseguitrici e, dopo il pareggio nello scontro diretto con l’Inter, si trova a +4 proprio sui neroazzurri a quattro giornate dalla fine. Il campionato è praticamente vinto. Siamo al 30 aprile 1949.
Il Grande Torino ha appena giocato la sua ultima partita ufficiale.
L’ULTIMA PARTITA
Durante il campionato, dunque, la squadra di Novo aveva organizzato varie amichevoli. Una di queste è in programma il 4 maggio 1949 contro il Cagliari (all’epoca in serie C) allo stadio di Via Pola, in occasione dei festeggiamenti di Sant’Efisio.
Tuttavia, Novo decise di rinviare tale partita a fine giugno e sceglie di andare a giocare un’amichevole in Portogallo contro il Benfica. Questa partita viene organizzata da Mazzola e Ferreira (giocatore delle Aquile portoghesi) a fine febbraio durante un match tra le compagini nazionali. Il sovrapporsi delle date, porta alla necessità di scegliere una delle due per non affrontare troppe amichevoli nel giro di pochi giorni.
La partita, il giorno la Festa nazionale del Portogallo (3 maggio), viene disputata per poter aiutare economicamente Ferreira, il capitano del Benfica, che grava in pessime condizioni economiche.
Il volo con a bordo il Torino, tecnici, dirigenti e tre giornalisti al seguito della squadra, il Direttore di Tuttosport Renato Casalbore, Luigi Cavallero de La Nuova Stampa e Renato Tosatti, de La Gazzetta del Popolo, parte da Milano Malpensa il 1° maggio alla volta di Lisbona.
Manca, però, il presidente Novo, convalescente dopo una brutta broncopolmonite. Salta la trasferta anche il difensore Sauro Tomà, bloccato da un infortunio al ginocchio. Non partono da Milano nemmeno il secondo portiere Renato Gandolfi, che cede il suo posto al terzo portiere, Dino Ballarin, fratello di Aldo, proprio su richiesta quest’ultimo, Luigi Giuliano, capitano della Primavera granata, e altri componenti della Primavera stessa.
La partita è un evento di grande successo. All’Estadio Nacionál della capitale lusitana, il pomeriggio del 3 maggio, per vedere il Grande Torino accorrono infatti 40 mila spettatori. L’amichevole termina 4-3 per i portoghesi, ed è uno spettacolo per gli occhi. L’ultimo del Grande Torino.
La notte passa e la mattina dopo, il 4 maggio, è il momento di far ritorno in Italia. C’è un campionato da conquistare in bellezza.

LA TRAGEDIA DI SUPERGA
Un trimotore FIAT G.212, con marche I-ELCE, delle Avio Linee Italiane, aspetta la comitiva all’aeroporto di Lisbona. Alle 9:40 di mercoledì 4 maggio 1949, l’aereo decolla. A comandarlo è il tenente colonnello Pierluigi Meroni.
Destino volle che un altro Meroni, il comasco Luigi, centrocampista del Torino, morì a fine anni ’60 subito dopo una partita tra i granata e la Sampdoria, investito da un auto. Un terrificante segno del destino.
Il velivolo, dopo una sosta carburante all’aeroporto di Barcellona alle ore 13, riparte alle 14.50. Tuttavia, non in direzione Milano Malpensa verso l’aeroporto di Torino-Aeritalia. Il motivo? Uno di quegli elementi nelle storie che sarà per sempre avvolto da un alone di mistero. Si possono solo accampare ipotesi. Forse motivi di stanchezza, forse di dogana ma, di sicuro, non lo sapremo mai.
A Torino il tempo è pessimo. Le nuvole sono basse e così fitte che non fanno trapelare niente se non una fitta pioggia battente. Anche il vento di libeccio è molto forte, con raffiche e visibilità orizzontale scarsissima. Con tali condizioni, l’aereo avrebbe dovuto far scalo su una pista sicura, ma l’ordine non arriva.
Oltre al tempo, l’aereo deve fare i conti anche con un guasto. Nessuno lo sa (si scoprirà solo con le indagini post incidente) ma l’altimetro è guasto e si è bloccato a 2000 metri. Questa guasto sarà fatale. Sì, perché il Fiat oltre a non riuscire ad allinearsi con la pista di atterraggio si trova a 600 metri dal suolo.
L’orologio segna le 17.03, del 4 magio 1949. Sono gli ultimi istanti di vita di un manipolo di eroi. D’improvviso, il pilota vede sbucare la collina di Superga. A 180 km/h l’impatto è devastante.
La torre di controllo, alle 17.05, tenta di prendere contatto con il FIAT G.212. Il silenzio è assordante.
In quegli stessi istanti, l’aereo viene avvolto dalle fiamme e i corpi dei 31 occupanti vengono sbalzati fuori fra il prato e alcune stanze della basilica di Superga. Ancora, di primo acchito, non è chiaro chi fosse sull’aereo. Poi, ecco i resti di maglie granata con cucito il tricolore. Ecco una foto della squadra. Ogni dubbio sparisce. Quello era il Grande Torino.
Centinaia di persone provano a salire sul colle. Fra i primi c’è anche Vittorio Pozzo, ex Ct. della Nazionale. A lui viene chiesto di riconoscere le salme.
Uno per uno, li riconobbi tutti. Mi occupai di tutto, fuorché dei portafogli, dopo di aver controllato il contenuto di qualcuno di essi: lasciai al commissario di polizia la ingrata e delicata bisogna. Pochi dei giocatori erano deformati nelle fattezze, parecchi avevano perduto le scarpe od addirittura ambo i piedi come tanti soldati in guerra. Il solo allenatore inglese, Lievesley era perfettamente intatto. – Vittorio Pozzo
Gli ultimi due li riconosce solo per esclusione. Sono Martelli e Maroso, 25 e 23 anni.
Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta. – Indro Montanelli
Nello schianto perdono la vita i 18 giocatori del Grande Torino che avevano preso parte alla trasferta a Lisbona. Con loro c’erano il D.g. Agnisetta, il consigliere Civalleri, il Direttore Tecnico Egri Erbstein, l’allenatore Lievesley e il massaggiatore Cortina, i tre giornalisti al seguito, l’organizzatore Bonaiuti e i quattro membri dell’equipaggio.
I FUNERALI
Il 5 maggio 1949, l’Italia intera è in lutto. Il giorno dopo, a Palazzo Madama, è allestita la camera ardente, con tutte le bare delle vittime allineate. Oltre mezzo milione di persone presenziano ai funerali, fra cui rappresentanze di tutte le squadre italiane e di molte squadre straniere. C’è anche il Presidente della FIGC, Ottorino Barassi, che scandisce quei nomi come se il Torino, il Grande Torino, stesse per scendere in campo reclamando l’ovazione del pubblico. Ma è solo un interminabile strazio.

Archiviato, momentaneamente, il dolore, c’è un campionato da finire. Il Toro schiera la primavera, così come le avversarie, e concluderà il torneo al primo posto, consegnando alla storia il quinto scudetto consecutivo.
Il Grande Torino rimarrà per sempre nella memoria di tutta Italia, non solo dei tifosi granata o degli appassionati di calcio. Una squadra che ha unito tutti e che è diventata leggenda nel mondo.
Unita anche nell’ultimo atto.
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