Mondo Gatto: dall’Oriente il gatto splendente

Mondo Gatto: dall’Oriente il gatto splendente

MONDO – Nel nuovo capitolo della nostra rubrica, ecco un’analisi del connubio gatto/cultura zen. Non solo, oggi voglio consigliarvi tre libri, tutti differenti, di letteratura giapponese con protagonisti i nostri amati felini.

Tralasciando un attimo alcune sequenze di notizie da film dell’orrore sulle usanze orientali dei cinesi che, in alcune parti del loro paese continuerebbero a degustare sia cani sia gatti (anche se il governo cinese ha fatto una legge ad hoc, alcuni anni fa, per impedire che i propri concittadini continuassero in questo rito barbarico), noi non siamo abituati a fare di tutta l’erba un fascio e quindi riconosciamo la grandissima importanza del gatto nella cultura giapponese che gli deriva da una concezione zen della vita stessa.

L’analista junghiano Claudio Widmann, docente di teoria del simbolismo e di tecniche dell’immaginario, vive e lavora a Ravenna. Nel 2012 è stato stampato un suo libro, “cult” per il sottoscritto, dall’editore Magi, che si intitola “Il gatto e i suoi simboli”. In questo meraviglioso volume Widmann, partendo dalle origini antichissime del gatto, sia in Occidente, sia in Oriente, racconta una gustosissima storiella attribuita alle leggende sul gatto nella cultura orientale, nello specifico giapponese.

«… in Giappone si dice che lo zazen (pratica zen della meditazione seduta) sia stato insegnato ai monaci dai gatti sacri dei templi; in Tibet si ritiene che contemplare la natura del proprio gatto sia una via all’illuminazione. Il Gatto Senza Nome di Kushami (il professore che è l’oggetto delle attenzioni del gatto nel romanzo di Sōseki) conferma personalmente che, per raggiungere l’illuminazione, occorre essere come il gatto, “che non si lascia distrarre da nulla quando insegue un topo”.

Sulla scia di leggende come queste vennero associate al gatto massime della sapienza zen e della letteratura filosofica orientale: il gatto “seduto in solida immobilità, pensa il non pensabile”; immerso in un sonno iper-vigile è la forma del risveglio spirituale; la sua placida beatitudine è il lago della serenità su cui si apre “la porta del dharma”; il suo integrale essere corpo esprime quanto meglio non si può l’indicibile dell’essere. Il gatto, che osserva per interminabili minuti e con fissa immobilità un punto sul muro o cose inesistenti agli occhi umani ha destato la curiosità degli etologi e ha suscitato spiegazioni disparate; (…) l’inaccessibile separatezza del gatto diventa immagine di stati inaccessibili dell’essere, apoteosi di una conoscenza criptata nelle forme dell’indicibile. Un enigmatico dialogo zen ricorre proprio al gatto per illustrare la natura ineffabile dell’essenza ultima: a due maestri che cercano di afferrare nel modo più essenziale la natura intima delle cose, il gatto indica che il non-dire è il modo più avanzato per esprimere l’inesprimibile, per comunicare l’incomunicabile. Questo dialogo suona così:

Primo maestro: “Come chiameresti questa cosa, che vedi qui?

Secondo maestro zen: “Gatto”

Primo maestro: “Anch’io chiamerei gatto questa cosa che tu chiami gatto”

Gatto: rimane in silenzio

L’animale non tace perché gli mancano le parole ma per esprimere nel modo più essenziale l’essenza della realtà. È immagine vivente del silenzio, ma non del vuoto; il suo è un silenzio denso, dove occhi che vedono sei volte di più di quelli umani perlustrano le tenebre della notte e penetrano il buio della coscienza, scrutano con lo sguardo trafittivo dell’intuizione ed esplorano alla luce lunare dell’immaginazione. Il silenzio del gatto va oltre le parole e i suoi occhi vedono oltre il visibile.»

Dopo questa abbondante introduzione sul gatto e la cultura zen, mirabilmente descritta dal dottor Widmann, vi consiglio i tre libri, tutti differenti, di letteratura giapponese.

– Il primo è Io sono un gatto (edito da Neri Pozza) del grande scrittore Natsume Sōseki (1867-1916). Il libro è stato scritto e pubblicato nel 1905 ed è particolarmente suggestivo in quanto il protagonista del romanzo è proprio il gatto, nero, molto vivace e racconta il mondo degli umani, soprattutto quello legato alla casa in cui vive, dal suo punto di vista, quello del gatto. Il romanzo viene considerato il primo romanzo giapponese moderno perché attraverso gli occhi del gatto, inserito nella vita quotidiana del professore presso cui vive, viene descritta tutta la società giapponese: quindi un grandissimo affresco di un momento storico che la genialità di Sōseki ci ha tramandato attraverso gli occhi e il pensiero del gatto.

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Mondo Gatto: il libro di Natsume Soseki dal titolo Io sono un gatto

– Il secondo che vi consiglio è di un altro grandissimo narratore giapponese, famoso per altri titoli, Jun’ichirō Tanizaki (1886-1965). Il romanzo s’intitola La gatta, Shōzō e le due donne (edito da Neri Pozza) ed è la storia molto divertente e bizzarra della gattina Lily che si sviluppa nel rapporto molto complesso e particolare tra le due donne e Shōzō. Il libro è stato considerato un felice divertissement interpretato anche come una variazione sul tema dell’ossessione, avvolta in una nube di humor e ironia tipica del grande narratore giapponese.

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Mondo Gatto: il libro di Jun’ichirō Tanizaki dal titolo La gatta, Shōzō e le due donne

– L’ultimo consiglio è un libro di uno scrittore molto giovane, Kawamura Genki, nato nel 1979, produttore e sceneggiatore di film che ha scritto nel 2012 Se i gatti scomparissero dal mondo pubblicato l’anno scorso da Einaudi. Come ha sottolineato la critica contemporanea: “… con la delicatezza di Sepulveda e il gusto per il fantastico di Murakami, Kawamura Genki ha scritto una fiaba moderna per ricordarci quali sono le cose davvero importanti.

Mondo Gatto: il libro di Kawamura Genki dal titolo Se i gatti scomparissero dal mondo

Con questo vi saluto e vi auguro un ottima lettura: avete solo l’imbarazzo della scelta.

Per il futuro, vi confermo le mie prossime fatiche dedicate ai gatti nel cinema e nella storia dell’arte.

 

Federico Grilli

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