Il senso dell’abito da lavoro ieri e oggi

Il senso dell’abito da lavoro ieri e oggi

BOLOGNA – L’importante mostra al Mast, intitolata “Uniform. Into the work/out of the work”, riaperta al pubblico all’inizio di Luglio dopo le fasi drammatiche della pandemia, oltre ad essere molto bella per la qualità delle immagini è un tema eccitante per chi ama frequentare una visione allargata della moda.


Cosa viene presentato al pubblico?

La mostra bolognese al Mast è divisa in due sezioni. Nella prima vengono esposti gli scatti di 44 fotografi che documentano con ritratti e messe in scena il tema della divisa da lavoro. Nella seconda sezione sono raccolte le immagini di un percorso di ricerca del fotografo Walead Beshty, centrato sui modi delle apparenze di alcuni protagonisti del mondo dell’arte (non solo artisti, ma anche direttori di gallerie, curator, clienti e addetti ai lavori).

Entrambe le sezioni, secondo gli organizzatori, evidenzierebbero gli sviluppi dell’abito da lavoro nel corso del novecento sino ad oggi.

Sostanzialmente pare di capire, seguendo il percorso della mostra, che i campi di significazione implicati dal viaggio tra le apparenze documentate dai fotografi coinvolti, possano dividersi in due gruppi: nel primo, l’abbigliamento da lavoro presenta una debole ma riconoscibile sintassi, articolata con una semantica fluttuante, tali da permettere l’emersione di caratteri o stili individuali; il secondo gruppo, per contro, presenta un abbigliamento che fa emergere l’effetto divisa e in certi casi “l’uniforme”. Quale la differenza tra le due? La “divisa” segnalerebbe l’appartenenza del soggetto a un determinato gruppo di persone in quanto distinte da altre, persone simili nelle apparenze per via di una logica funzionale che prende forma a partire da istanze codificate dal contesto lavorativo. La divisa diviene una “uniforme” quando emerge come dominante il senso di inclusione in un determinato gruppo (esempio classico: i militari e tutti i mestieri per i quali determinate funzionalità degli oggetti-per-il-corpo assorbono valori simbolici durevoli).

Si può notare come il primo gruppo di immagini sia caratterizzato da un tipo di relazione tra individui e i loro guardaroba da lavoro, che con Wittgenstein potremmo avvicinare con l’espressione “somiglianze di famiglia” ovvero da giochi d’abbigliamento dalla codifica soft che se pur consente il loro riconoscimento in quanto appartenenti a una determinata categoria di lavoratori non esclude affatto l’impronta individuale. In alcuni casi la libertà di interpretazione lasciata al soggetto è talmente marcata da trasformare le sue apparenze in una sorta di anti-uniforme. Il secondo gruppo presuppone invece una codifica forte, stabile e dalla semantica sostanzialmente rigida.

Walead Beshty, Vinales Graphics Istaller, 2017                                                   Walead Beshty, Collector, 2013

L’abito (non) fa il monaco

La mostra al Mast è ragguardevole dal momento che eventi di questo genere sono decisamente rari. A parte l’evento alla Triennale di Milano, Workwear, del 2014, decisamente centrata sulla trasfigurazione artistica del capo di lavoro (molti dei prototipi presentati in quell’occasione, pur con tutta l’ironia che volete, risultavano importabili e troppo artistici), per quanto riguarda il nostro Paese ho il solo ricordo della mostra alla Stazione Leopolda di Firenze nel 2009, intitolata “Workwear-Lavoromodaseduzione”. A tal riguardo, Oliviero Toscani, nel catalogo della mostra fiorentina sintetizzava con queste parole il senso olistico di quella ricerca centrata sul rapporto tra abbigliamento da lavoro e moda: “L’abito fa il monaco, il metalmeccanico, l’avvocato, il rapper, il banchiere, la signora alla moda, il fantino, il musicista, il cuoco, la prostituta, il poliziotto…I nostri abiti sono l’immagine è la sicurezza di ciò che siamo o facciamo”.

Ebbene, anche la mostra al Mast in apparenza sembrerebbe suggerire che, malgrado le evidenti libertà interpretative dell’abito da lavoro, ben visibili a partire dall’ultima parte del novecento, la nostra abilità percettiva nel riconoscere la trasfigurazione delle forme, mantenendo cognitivamente pregnante un cluster minimo di segni dalla significazione condivisa, anche le foto esposte al Mast dicevo, confermano il vecchio proverbio ricordato dalla citazione di Toscani. Se proprio vogliamo essere pignoli potremmo correggere il proverbio popolare che suona “l’abito fa il monaco” nell’enunciazione più sottile e arguta che, citando (a memoria) Umberto Eco, metterei giù così: “Sia che l’abito faccia o non faccia il monaco, è significativo che lo parli benissimo”.

 

Immaginiamo ora, dopo essere entrati insieme ad un piccolo gruppo (il Mast applica regole anti-Covid 19 molto rigorose), e di aver già visto una lunga smitragliata di opere esposte, immaginiamo che sentiate emergere in voi l’imbarazzante sentimento della noia assoluta tipica delle mostre fotografiche in qualche modo aggregabili all’idea della documentazione sociale. A un certo punto della vostra visita al Mast, vi suggerirei di interrompere o rallentare per un attimo la visione della carrellata di foto, sono infatti centinaia e malgrado molte di esse siano ragguardevoli, la loro coerenza tematica tende a narcotizzarne le specificità (alcune sono veri capolavori). Quindi, così tanto per dare fiato al vostro sguardo, potreste chiedervi come mai e quando, il vecchio proverbio che abbiamo utilizzato per circoscrivere l’ossatura del senso immediato della polifonia di immagini esposte, abbia invertito la sua significanza.

Infatti le sue origini risalgono al Medioevo e per secoli è circolato soprattutto nella forma “habitus non facit monachum”. Non fidatevi delle apparenze, l’esteriorità inganna, la pelle esterna del soggetto non riflette il suo interno o la sua anima, più o meno era questo il monito aggregato al proverbio. Da quei giorni, questa formula discorsiva ha attraversato i cambiamenti culturali, configurandosi in forma letterarie assai diverse. Per esempio, nei Colloquia di Erasmo, possiamo leggere:”Dio riconosce un mascalzone sotto l’abito francescano come sotto l’uniforme militare”. Ma allora il problema si complica: chi non è Dio cosa deve pensare dell’abito?

Quando la negazione del proverbio si è trovata in minoranza? Come mai e quali circostanze hanno cambiato la valenza del proverbio? La risposta più semplice chiama in causa la progressiva perdita di adesività del paradigma religioso dell’identità. Rispetto ad un’anima che non si vede, la gente, nelle faccende pratiche di tutti i giorni, si è diretta verso le apparenze visibili. Per esempio, farsi un’idea immediata di chi ci sta di fronte indubbiamente è una questione non priva di risvolti interessanti. Narcisisti di successo come Oscar Wilde hanno trasformato questo interesse pratico in idiozie letterarie, scrivendo: “Non c’è mai una seconda occasione per fare una buona impressione”…Una evidente cazzata che però ha il merito di anticipare l’attuale pletora di consulenti d’immagine e di pubblicazioni basate sulla prevalenza del lettore credulone. Se avete dei dubbi vi invito a leggere “You are What you Dress” (Sei quello che indossi), di Jennifer Baumgartner, “Mind What you Wear” (Stai attento a quello che indossi) di Karen Pine…Ma l’elenco potrebbe continuare a lungo. Per farla breve, l’idea che l’influenza della prima impressione abbia un impatto quasi decisivo per classificare “l’altro“, è forse la conseguenza più devastante della perdita di profondità del soggetto, segnalata dalla scomparsa della negazione nel proverbio in oggetto. Non è vero che ciò che si indossa non è mai casuale; non è vero che quello che indossiamo rispecchia sempre come ci sente in un determinato momento; non è vero che ci vestiamo sempre come vorremmo essere visti dagli altri.

Tuttavia non possiamo nasconderci il fatto che l’abito trasformato in una rete di segni dal significato più o meno stabile, sia divenuto uno dei dispositivi dell’identità moderna, consentendo a chiunque di collocare il proprio simile in qualche casella semantica e al tempo stesso, con lo stesso movimento, rappresentare se stesso sulla scena sociale secondo un progetto (di stile).

L’emersione della disposizione interiore che frettolosamente chiamiamo moda ma che in questo contesto dovremmo discorsivizzare nei termini di “accettabilità” delle “novità”, ha reso la funzione dell’abito da lavoro via via sempre più plastica e flessibile.

Pescivendoli (1950) di Irving Penn                            Macellaio (1950) di Irving Penn

Di alcune immagini esemplari

Se guardate le meravigliose immagini scattate da Irving Penn nel 1950, il ritratto di due giovani macellai, la prima, e un pescivendolo, l’altra, non dovreste avere problemi nel riconoscere l’intenzione del fotografo nel configurare per entrambi, aldilà della pur evidente divisa da lavoro, una sorta di stilizzazione che personalmente vedo nel dettaglio della cravatta e del foulard indossati dai soggetti,

piuttosto che nello sfondo cartaceo, tipico della messa in scena, in quel periodo, dei ritratti di moda in studio sia di Penn che del collega/rivale Richard Avedon.

Anche Ritts con la foto di Fred (1984), allude alla significanza modaiola facendo interagire la parte superiore del corpo denudato e in tensione, in modo tale da porre in rilievo muscoli palestrati, con la tuta da lavoro che ricopre, disordinata, gli arti inferiori. La simmetria semantica tra le due enormi ruote che permettono al modello di creare la tensione muscolare e gli sbragati calzoni bilanciano il pattern estetico del portamento da eroe, molto frequentato dai fotografi di moda negli anni ottanta del novecento.

H. Ritts, Fred con i pneumatici, 1984
H. Ritts, Fred con i pneumatici, 1984

Per contro, la mancanza di ogni riferimento allo stile della foto di Sung Chao sembra farci percepire ciò che potremmo avvicinare con l’espressione “il grado zero dell’abito da lavoro”: nel campo della visione, per quanto riguarda la divisa da lavoro, tutto è utile e intuitivamente funzionale alle azioni che immaginiamo certificare la professione del soggetto. È doveroso aggiungere che il fotografo con la scelta dello sfondo completamente bianco focalizza lo sguardo sul personaggio, enfatizzandone il sereno orgoglio professionale, senza fare sconti sulla durezza del rischioso lavoro del minatore. Siamo di fronte al tentativo di andare oltre alla foto situazionale o documentativa, in direzione di contenuti più complessi. Mi viene spontanea la parola “integrità” ma se volete usare “autenticità” va bene lo stesso, ovvero l’esterno, la divisa da lavoro si compenetra con la presupposizione di qualità interne al soggetto, tale per cui ci illudiamo possano essere una cosa sola. La derivata dell’illusione è la credenza di stare guardando un membro di una classe particolare, in questo caso “i minatori”.

mast Sang Chao, serie minatori, 2000/2002
Sang Chao, serie minatori, 2000/2002

August Sander, giustamente rappresentato nella mostra bolognese, è stato il poeta e teorico di questa propensione che abbiamo nel percepire primariamente stereotipi o prototipi di una classe. Le sue foto dei mestieri ancora oggi ci incantano per l’eccezionale corrispondenza tra l’esterno e ciò che supponiamo debba esserci dentro il soggetto. Tuttavia, nel caso di Sander ma anche di Sang Chao, è sufficiente concentrarsi sullo sguardo per uscire dalla trappola dello stereotipo e incontrare l’affascinante mistero dell’individuo.

Se dovessi esprimervi una mia preferenza, segnalerei la foto di Sebastiao Salgado, quella dell’operaio della Safety Bass Company, ripreso durante una pausa (1991). È una immagine che commuove per l’umanità della posa e l’espressione del soggetto, ma nello stesso tempo ci immerge negli oscuri colori del drammatico rapporto uomo-ambiente. Lo scatto venne effettuato dal celebre fotografo in Kuwait, subito dopo la fine della Guerra del Golfo. Saddam Hussein accecato dalla rabbia e dall’impotenza, bombardato oltre misura senza praticamente alcuna possibilità di reazione, fece incendiare decine di pozzi di petrolio che continuarono a bruciare per mesi. Il disastro ecologico fu in parte evitato da pompieri specializzati provenienti da tutto il mondo, che si prodigarono per estinguere il fuoco. Il personaggio della foto è uno di essi. Il fascino oscuro dell’immagine, nel mio caso, nasce dall’empatia che provo per l’operaio. È come se mi trovassi al suo posto e stessi meditando, esausto, sui disastri di ogni guerra, giusta o ingiusta non importa. Ovviamente è solo una mia personale reazione emotiva, approdata al nucleo di pensieri che, alla fine, danno un senso a ciò che all’inizio appare shockante, insensato.

Ancora, mi piace vedere nella foto di Salgado una sorta di paradosso: l’abito da lavoro diviene una appiccicosa seconda pelle che prende il posto di quella vera lasciandomi il dubbio di quali delle due sopravviverà a quell’esperienza.

Sebastiao Salgado, Operaio della Safety Bass Company durante una pausa, 1991

La mostra al Mast rimarrà aperta al pubblico fino a settembre. Per visitarla occorre prenotarsi. Agli interessati consiglio di visitare  il sito del museo Mast per tutte le informazioni utili.

 

Lamberto Cantoni

5 Responses to "Il senso dell’abito da lavoro ieri e oggi"

  1. Mary   25 Agosto 2020 at 09:12

    Lo sappiamo tutti che l’abito non fa il monaco. Ma perché ci comportiamo come se fosse vero il contrario? La mostra è stata concepita molto bene. La divisa di lavoro deve essere riconoscibile e quindi effettivamente deve fare il monaco. Ma poi cosa dice di lui? Non mi pare che dica molto di più di una appartenenza.

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    • Antonio Bramclet
      Antonio   25 Agosto 2020 at 13:05

      Sono d’accordo. A livello informativo l’abito da lavoro non dice granché. Ma forse non entra in gioco solo l’informazione.

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  2. Lamberto Cantoni
    Lamberto   26 Agosto 2020 at 11:58

    Quanto vediamo una persona di certo otteniamo informazioni dall’abito che Indossa. Sono d’accordo con chi sostiene che spesso sono informazioni tutto sommato banali. Ma il nostro occhio, l’attivita percettiva, ciò che intuiamo non sono riducibili alle parole/informazione con le quali linearizziamo il senso. Il nostro atteggiamento nei confronti della persona con la quale si crea un contatto, è fondamentalmente non-lineare, per esempio subisce l’interferenza del flusso emotivo. Non-lineare significa che non abbiamo le parole/informazioni per classificarlo in modo totalmente intellettuale. Tuttavia qualcosa in noi ci porta a prendere decisioni in termini di comportamento.

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  3. Anna   27 Agosto 2020 at 12:04

    L’abito fa il monaco è una verità sacrosanta. Soprattutto sul lavoro. Il Dress Code è quasi un obbligo. Chi non lo rispetta può andare incontro a conseguenze spiacevoli.

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    • enzo   31 Agosto 2020 at 09:36

      Sono d’accordo con Anna. L’abito dice chi siamo. L’idea della mostra al Mast è importante perché si parla troppo poco dell’abito da lavoro. Spero di riuscire a vederla.

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