David di Donatello 2019, Dogman si prende tutto, ma è Borghi il migliore di tutti

David di Donatello 2019, Dogman si prende tutto, ma è Borghi il migliore di tutti

ROMA – Nella Capitale vanno in scena gli Oscar del Cinema italiano. Il film sul Canaro della Magliana di Garrone fa razzia di statuette e si prende 9 David. Tra le donne, trionfano Elena Sofia Ricci e Marina Gonfalone. Premiati alla carriera Tim Burton e Uma Thurman, in una cerimonia dove Carlo Conti le sbaglia praticamente tutte.

E’ strapotere Dogman ai David di Donatello 2019. Il film di Matteo Garrone ispirato alla tragica storia del Canaro della Magliana, fa letteralmente razzia di premi nella notte degli Oscar italiani, portandosi a casa la bellezza di nove statuette tra cui Miglior Film, Miglior Regista a Garrone appunto e Miglior Attore non protagonista a Edoardo Pesce, già famoso nel suo ruolo in Romanzo Criminale – la serie. D’altronde, Dogman di Garrone è una di quelle perle destinate a rimanere nel tempo. E’ un film che parte dagli attori, dalle facce, dai corpi e si plasma intorno a loro. L’opera ultima del regista de Il Racconto dei Racconti e di Gomorra, ci insegna che nel cinema, non sono necessari grandi dialoghi o citazioni indimenticabili, ma ciò che conta di più sono le espressioni, le mimiche facciali, gli sguardi. È una pellicola che parla dell’impotenza, della frustrazione, dove ciò che si desidera sembra sia alla portata ma in realtà non può essere raggiunto. Insomma, 9 statuette, razzia pura, ma poco da dire, tutto meritatissimo. E’ sacrosanto il David a Garrone, per i motivi che abbiamo elencato prima, ed è meritatissimo il riconoscimento a Edoardo Pesce nei panni del terribile pugile Giancarlo Ricci, irriconoscibile e spaventoso, un cane rabbioso che rimarrà nell’immaginario. “Che bella serata – ha esclamato Garrone dopo aver ritirato il premio – grazie. Speriamo che se i televisori diventano sempre più grandi, i cinema non diventino più piccoli”.

Anche Edoardo Pesce non si è tirato indietro al discorso di rito. “Mi meritavo un po’ più Golia, questa statuetta è il finale del film con il David che ha ai piedi il Golia – ha scherzato Pesce – Vorrei condividere il premio con gli altri attori del set e ringraziare Matteo per avermi fatto entrare in questa esperienza e dedico il premio alla mia famiglia e anche se nel film non sono proprio un cocco di mamma, a mia madre”.

DAVID DI DONATELLO 2019, MIGLIOR ATTORE A STEFANO BORGHI, IL MIGLIORE DI TUTTI NEL PANORAMA CONTEMPORANEO ITALIANO

David di Donatello 2019
Alessandro Borghi nel film “Sulla mia pelle”

Dopo la Palma d’Oro a Cannes, Marcello Fonte, protagonista del pluripremiato Dogman nei panni del Canaro, si aspettava probabilmente di bissare il successo francese con una statuetta al David di Donatello per la categoria Miglior Attore Protagonista. Se questo non è accaduto (e neanche troppo sorprendentemente) lo si deve alla meravigliosa performance di Alessandro Borghi  nel film “Sulla mia pelle”, incentrato sulle vicende legate alla morte di Stefano Cucchi.

“Questo premio è di Stefano Cucchi – ha dichiarato Borghi subito dopo aver ricevuto il David da Uma Thurman (di cui parleremo più tardi) “Grazie a Cremonini per la tua amicizia, a Jasmine per quanto sei meravigliosa, la famiglia Cucchi per esservi fidati di me. Grazie davvero alle persone che mi arricchiscono e alla mia famiglia – ha detto – questo film è stato complicato e loro ne hanno pagato le conseguenze. Questo premio è di Stefano Cucchi e va all’importanza di restare umani e di essere riconosciuti come tali a prescindere da tutto”.

La prova dell’attore romano, il migliore in circolazione in questo momento, ha sconvolto tutti per la crudezza e la drammaticità raggiunte. Borghi conquista meritatamente il premio, per la sua capacità di entrare in mimesi fisica e psicologica con l’uomo Cucchi, in un film difficile e delicato, che rischierebbe di sfociare nel politico e nella faziosità ma che invece riesce sorprendentemente a trovare un equilibrio e una giusta distanza dalla vicenda.

CAPITOLO DONNE: TRIONFANO ELENA SOFIA RICCI PER LORO E MARINA GONFALONE PER IL VIZIO DELLA SPERANZA

David di Donatello
Toni Servillo e Elena Sofia Ricci nei panni di Berlusconi e Veronica Lario nel film “Loro”

Non manca il Gentil Sesso tra i grandi protagonisti della serata. A vincere i due premi più importanti, Miglior Attrice Protagonista e Miglior Attrice non Protagonista sono due performance forti, profonde ma completamente diverse. Il riconoscimento per la Miglior Attrice va a Elena Sofia Ricci nei panni di Veronica Lario nel film “Loro” di Paolo Sorrentino focalizzato sulla storia recente di Silvio Berlusconi. Quello della Ricci è un premio meritatissimo, forse doppiamente importante se si considera che il film del regista Premio Oscar non è stato capace di raggiungere i picchi qualitativi e d’incasso de La Grande Bellezza e de Il Divo.

Loro è stato un mezzo flop, diciamocelo, nessuno si aspettava un così profondo passo indietro da parte di Sorrentino, ma se si guarda con attenzione, ci si accorge subito che la performance pregna d’intensità di Elena Sofia Ricci rappresenta il punto più alto dell’intero film. Entusiasta l’attrice al momento del ritiro del premio consegnatogli da Raoul Bova: “Grazie, non ci posso credere. Grazie Paolo (Sorrentino, ndr). Dedico il premio alle mie figlie, auguro loro di poter vivere della loro passione”.

Altro riconoscimento strameritato è quello che va a Marina Gonfalone per il film Il Vizio della Speranza, vincitore all’ultima Festa del Cinema di Roma del premio del pubblico. La verità è che la pellicola vale tantissimo, sotto ogni aspetto e il premio della Gonfalone vale un po’ per tutto il cast, capace di creare performance reali ai massimi livelli, crude, dure e senza morale. Il film racconta la durissima storia di Maria (Pina Turco, moglie del regista) che per lavoro, accompagna giovani ragazze, spesso prostitute (ma non sempre), a partorire dei bambini per poi rivenderli in nero a coppie agiate senza figli.

I DAVID SPECIALI: STANDING OVATION PER TIM BURTON E UMA THURMAN

David di Donatello 2019
Uma Thurman, 49 anni

Come ogni cerimonia cinematografica che si rispetti, non potevano mancare le grandi star del cinema hollywoodiano e i premi alla carriera. Tra i premiati Tim Burton, David alla Carriera per lui, accolto da un applauso interminabile. Il regista ha ricevuto il premio dal grande Roberto Benigni e arriva in Italia alla vigilia dell’uscita di Dumbo (dal 28 marzo al cinema). Burton è apparso sorprendentemente commosso dal calore dimostrato dal pubblico presente, e ha commentato così il riconoscimento: “È un onore essere qui. Non sono italiano ma è come se avessi una grande famiglia italiana”. Divertente la battuta successiva di Benigni, accortosi del turbinio di emozioni di Tim Burton:“E’ talmente creativo che sembra italiano!” Insomma, un bel momento tra due giganti del cinema.

Da Tim Burton si passa poi alla musa preferita di Quentin Tarantino. Uma Thurman ha ritirato il David Speciale consegnatogli da Carlo Conti, con il suo solito fascino unico e inimitabile. L’attrice si è presentata con un look molto primaverile, con i capelli raccolti, le labbra rosse lucide e un abito nero. Certo, stiamo parlando di una diva assoluta, ma anche se si fosse presentata in tuta e maglietta, avrebbe rubato la scena a tutti.

L’altro grande del cinema premiato è stato Dario Argento, insignito del David Speciale alla carriera dall’attrice Stefania Rocca. Ci hanno fatto piacere (e anche commuovere) gli omaggi al maestro Bernardo Bertolucci e a Carlo Vanzina, il re dei cinepanettoni, scomparso recentemente.

IL MEGLIO E IL PEGGIO DEL DAVID DI DONATELLO 2019: COMMUOVONO BORGHI E BURTON, MALE CARLO CONTI

David di Donatello 2019
Carlo Conti, 58 anni

Concludiamo con qualche considerazione finale sulla cerimonia del David di Donatello 2019. Partiamo con le note dolenti, su tutte, una: Carlo Conti. Siamo certi che il conduttore sia riuscito nel suo obiettivo: “sanremizzare” e “RAIzzare” al massimo il David. Il problema è che il David di Donatello non è Sanremo e il pubblico del David non è quello di Sanremo. Conti con il cinema c’entra poco e lo dimostra quando ha la possibilità di intervistare brevemente Tim Burton, uno dei pilastri del cinema degli ultimi 30 anni. Sapete cosa ha chiesto Conti a Burton? In primis: “Senti Tim, ma è vero che da piccolo amavi i mostri?” e in secundis: “Senti Tim, ma preferisci che si dica Dumbo o Dambo?” Troppo, davvero troppo. Con Dario Argento le cose non migliorano: “Dario, ma cos’è che ti fa davvero paura?” E Argento, un po’ scocciato risponde: “Questa domanda me l’avranno fatta 1 miliardo di persone”. Dulcis in fundo, il commento a Uma Thurman, una volta salita sul palco a ritirare il premio: “Alta, davvero molto alta” con la Mia Wallace di Pulp Fiction che risponde: “Eh già” e dentro di sé pensa: “Mi sa che qui non ci torno più”.

C’è ancora qualcos’altro purtroppo da annoverare tra le cilecche della serata: i momenti comici, troppi e troppo brutti per essere veri. Su tutte, la gag comica dei Boiler, comici di Zelig che impersonano giornalisti imbranati, già propinata da Conti a Sanremo 2016 con risultati non troppo esaltanti ma che qui al David riscuotono un silenzio imbarazzante.

Infine il momento karaoke, con tutti i protagonisti del film “A casa tutti bene” di Gabriele Muccino (Premiato con il David dello Spettatore, riconoscimento al film con più successo al botteghino) che cantano “Dieci statuette per me posson bastare…” Insomma, inutile dire che si poteva evitare.

E se la conduzione e tutto ciò che gli ruota attorno poteva essere fatto molto meglio (non si può affidare a Favino, per dire, la cerimonia?) hanno invece colpito per intensità e profondità i discorsi di rito dei premiati. Quello di Tim Burton è stato davvero bello, il suo amore per l’Italia è apparso davvero sincero, e che dire del discorso di Borghi, profondo come pochi, un omaggio a Stefano Cucchi davvero toccante. E ancora Elena Sofia Ricci, talmente scioccata dalla sua vittoria da apparire dolcemente impacciata sul palco.

Insomma, bene i vincitori (scelte giuste, premi meritati) bene i discorsi di rito, male tutto il resto, ma alla fine quello che conta è sempre il cinema.

Paolo Riggio

Roma e Prati, mare e montagna e campi da pallone da piccolo, laurea in cinema alla Sapienza, città europee e scuola di giornalismo sportivo Mario Sconcerti da grande. Scrivo e continuo a giocare a calcio da quando ho ricordi, mi considero un calciofilo. La mia altra grande passione è il cinema che ritengo la rappresentazione più autentica del mondo, lo sguardo di chi analizza al microscopio i contesti della nostra vita e le sue storie offrendocene una visione diversa dalla nostra.
Paolo Riggio

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