Caffè Voltaire di Laura Campiglio, intervista all’autrice

Caffè Voltaire di Laura Campiglio, intervista all’autrice

ITALIA – Caffè Voltaire di Laura Campiglio è uscito i primi di maggio per Mondadori. Una storia vivace, ironica e attuale. Fortemente attuale perché parla di precariato e di cambiamento continuo. Parole chiave per i giovani di 35 anni che stanno per strappare un biglietto per i fatidici ‘anta’. Restituisce l’immagine di una generazione liquida alla Bauman e ne delinea le caratteristiche con profondità, facendoci riflettere. Abbiamo intervistato Laura Campiglio che ci ha tolto alcune curiosità sul suo Caffè Voltaire.

Anna Naldini è arrivata alla soglia dei 35 anni, un’età in cui, senza una precisa regola scritta, si traccia una linea retta. Da un lato, si osservano i risultati ottenuti e, dall’altro lato, si programma il futuro. Per una bambina che ambiva a ricoprire il ruolo di Presidente della Repubblica, come soluzione di ripiego dopo che le avevano spiegato che non poteva diventare Papa, ritrovarsi ad arrabattarsi tra collaborazioni giornalistiche e lavori precari può essere quantomeno sfidante soprattutto a quest’età.

La protagonista di Caffè Voltaire di Laura Campiglio si è adattata all’incertezza lavorativa e alla precarietà. Rappresenta pienamente e dà voce alla generazione liquida tratteggiata da Bauman. Ragazzi e ragazze che si stanno avvicinando all’età della maturità, ai fatidici ‘anta’, e che per lavorare si barcamenano tra collaborazioni e lavori precari. Adattamento continuo e cambiamento costituiscono l’unica certezza e chiave di lettura della società, che sono rappresentati non senza ironia ed effervescenza.

Con uno stile vivace e brillante, Caffè Voltaire di Laura Campiglio ci restituisce la fotografia di una donna che ha poche certezze: otto collaborazioni, che divengono sette nel giorno del suo 35 compleanno, le amicizie, poche e fidate, e il Siri. Nel momento del bisogno, il Siri le consente di contattare il nonno, che le dispensa consigli, pillole di saggezza di un uomo appartenente a un’epoca distante dalla sua, ma che sono come un abbraccio. Calorose e accoglienti.

In Caffè Voltaire di Laura Campiglio si viaggia all’interno di una storia in cui si è però rinfrancati da una vena sottile e continua di ottimismo. Anna Naldini è sì licenziata dalla sua collaborazione più importante, quella de La Locomotiva, giornale fortemente a sinistra, ma viene ingaggiata da I Probi Viri, quotidiano di destra. Tutto perfetto, se non fosse che nell’evoluzione liquida e mai certa della vita quotidiana, è ricontattata da La Locomotiva. Non le resta che accettare. Si ritrova a scrivere di politica per un giornale di sinistra e per uno di destra, nascosta dietro due pseudonimi: Rousseau e Voltaire. Anna Naldini rappresenta in questo modo che nell’attualità si può scrivere tutto e il contrario di tutto, che la precarietà e l’adattamento continuo divengono la certezza.

L’autrice di Caffè Voltaire, Laura Campiglio, ha risposto ad alcune nostre domande e curiosità.


Caffè Voltaire di Laura Campiglio, intervista all’autrice
Da dove nasce Caffè Voltaire, da dove nasce il desiderio di scrivere questa storia?

L’idea che la realtà, questa sorta di oggetto misterioso, si dia a noi solo in forma di rappresentazione e resoconto, è da sempre una mia ossessione. Vale per la realtà delle cose, forse persino degli oggetti, per la realtà dei rapporti interpersonali, per quella della cronaca e dell’attualità. Mi è sembrato che lo spazio pubblico fosse un buon terreno di gioco per affrontare questo tema: sempre più spesso quando si parla di attualità, la realtà in tutta la sua complessità viene sacrificata senza troppe remore in nome di una visione semplificata – bianco o nero, giusto o sbagliato, tutto o niente – che corrisponde a un punto di vista deliberatamente fazioso. Il momento in cui questa operazione diventa plasticamente evidente è la campagna elettorale: ecco perché ho pensato di mettere la protagonista del romanzo, Anna Naldini, nella scomodissima posizione di dover seguire la corsa alle elezioni sia per un giornale di estrema destra che per un giornale di estrema sinistra, scrivendo ogni giorno tutto e il contrario di tutto.

Quanto c’è di Laura in Anna, la protagonista?

Nel personaggio in quanto tale e nella sua storia, molto poco. Ma la città in cui vive Anna è quella in cui vivo io, il precariato culturale che si ritrova a scontare lo conosco molto bene, e alcuni personaggi hanno rubato le loro battute migliori ai miei amici reali. Il mio amico Andrea G. Pinketts, a cui il romanzo è dedicato, diceva che il suo non era autobiografismo ma vampirismo: succhiava dalla vita sua e da quella dei suoi amici la linfa di storie, aneddoti e frasi memorabili che poi finivano sempre nei suoi libri. Credo di aver fatto anch’io qualcosa di simile.

intervista MyWhere Laura Campiglio

Strappa un sorriso e, al contempo, fa innamorare il dialogo tra Anna e suo nonno che appartengono a due generazioni molto lontane. Hai utilizzato questa figura per instillare pillole di saggezza in un mondo, quello di Anna, che sembra perdersi inghiottito da precariato e da incertezze diffuse?

Sì, mi divertiva l’idea di mettere in scena lo scontro generazionale – affettuosissimo, certo, ma insanabile – tra nonno e nipote, attribuendo al primo non tanto la saggezza lirica dell’anziano incanutito quanto quella spicciola e concreta che serve per vivere il quotidiano: ecco allora che Anna si dispera per aver perso la più importante delle sue otto collaborazioni precarie e il nonno alza le spalle dicendo che alla fine, se un lavoro non ti permette di pagarti un mutuo, mica è un lavoro vero; lei cita Bauman e la società liquida e lui borbotta che il problema vero è la liquidità in banca, quella che la nipote non ha… È una concezione sicuramente obsoleta e novecentesca, quella di questo signore ultranovantenne sperduto nelle nebbie dell’Oltrepò pavese, ma vedendo come se la passa la maggioranza dei trenta-quarantenni odierni, siamo sicuri che sia così sbagliata?

Tra le righe e nei comportamenti di Anna si avverte forte la paura della protagonista, come se questo sentimento la guidasse. È così? Con la paura si può convivere senza farsi schiacciare?

Sì, la paura è sicuramente ciò che muove Anna, lontanissima dall’archetipo dell’eroina coraggiosa. Attorno alla paura-madre dell’entomofobia, si aggiungono come per concrezione mille altre paure: quella di arrivare tardi, di non essere all’altezza, di affrontare i problemi mille volte rimandati. Ma se da un lato Anna è perfettamente consapevole di essere sprovvista del coraggio naturale dei baldanzosi, dall’altro è anche convinta di doverlo cercare da qualche parte: per questo, pur essendone terrorizzata, colleziona insetti sotto vetro e in formaldeide, per guardare in faccia la sua paura più grande nel tentativo di riuscire a controllarla, farci i conti e venirci a patti. La ricerca di un coraggio che sa benissimo di non avere è il tratto che più la caratterizza. E forse è un buon modo per non farsi soverchiare dalle paure, indipendentemente dal fatto che si riesca a superarle o meno.

Laura, tu hai scritto e scrivi romanzi, articoli per quotidiani, rubriche su riviste, sceneggiature, tutte forme di scrittura diverse. Secondo te, ci sono delle interferenze tra queste forme di scrittura oppure riesci a tenerle separate e a darti in modo diverso a ciascuna?

Fermo restando che ogni forma di scrittura ha i suoi canoni, credo che la differenza più grande risieda nel rapporto con l’interlocutore. Quando si scrive un articolo di giornale o un programma radiofonico, l’idea del pubblico è sempre ben presente: è normale – oltre che salutare – ricordarsi sempre a chi ci si sta rivolgendo e perché. Nessun giornalista direbbe mai di aver scritto un articolo “soprattutto per sé”, cosa che invece sentiamo spesso dire agli scrittori: non è sbagliato, perché quello del romanzo è in effetti uno spazio più intimo in cui si bada più alla propria voce interiore che all’occhio del lettore, ma credo che anche in quest’ambito sia bene tenere sempre presente che una storia ha vita propria, certo, ma respira e  brilla soprattutto nel momento in cui qualcuno l’ascolta.

Caffè Voltaire di Laura Campiglio, intervista all’autrice

 

Melissa Turchi

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