Riflessioni sulla moda nel tempo dei virus (soprattutto di quelli che verranno)

Riflessioni sulla moda nel tempo dei virus (soprattutto di quelli che verranno)

MONDO – Il coronavirus sta provvisoriamente annichilendo anche il sistema moda. Dopo la chiusura provvisoria dei punti vendita e del rallentamento delle produzioni durante il lockdown, è importante capire come i brand stanno reagendo nella fase di riapertura/rilancio del commercio.

 0. Diciamo subito che non circolano ancora molte informazioni ricche di dati probanti, relative alle questioni che in questa sede mi interessano. In compenso tutte le menti più brillanti si stanno prodigando nel tentativo di prefigurare scenari plausibili dell’impatto che avrà la pandemia Sars-cov 2 sulla nostra vita nell’immediato futuro.

1. La controversa ma necessaria fase post-lockdown di riapertura controllata delle attività legate alla moda è cominciata da poco più di un mese e, malgrado l’evidente voglia di denegare gli effetti della pandemia da parte dei giovani, la sensazione di stare brancolando tutti insieme nel buio, a volte domina sul resto dell’impasto emotivo che chiamiamo soggettività. Ma comunque vada, sappiamo o confidiamo che il desiderio di bellezza non si spegnerà e con esso ritorneranno in posizione dominante i suoi catalizzatori, tra i quali colloco gli oggetti-per-il-corpo concepiti dal vasto insieme di attività che chiamiamo moda. La domanda a questo punto potrebbe essere: che moda ci attende? Inaugurerà o si sincronizzerà con un mondo diverso da quello che abbiamo conosciuto? Per due mesi siamo stati sommersi dalle notizie correlate alla malattia, quanti contagiati, quanti morti, quanti Paesi… L’incertezza e, qualche volta, la confusione generata da scienziati e ricercatori, troppo attratti da frettolose congetture statistiche e poco propensi ad un operoso silenzio, alimentata dall’ansia giornalistica di trasformare di colpo tutto, proprio tutto, anche le sciocchezze, in informazione, ebbene ora lo possiamo affermare, forzare le chiacchiere a trasformarsi in informazione, non ci ha aiutato. Giustamente ci siamo allarmati per i rischi di default della struttura economica globale. I limiti delle leadership che dovrebbero orchestrare il mondo globalizzato ovvero l’élite politica cinese, ma anche Trump, Putin, Johnson per primi…e aggiungerei, visto il problema, anche alcuni tentennamenti  dell’OMS, hanno destabilizzato la sottile patina di fiducia che malgrado errori, crisi, ipocrisie, ci permetteva di credere possibile un mondo più forte e resiliente perché in qualche modo connesso. In questo contesto problematico, la moda, si era praticamente fermata. Per non parlare  del suo immaginario, il quale tra l’incudine di una rabbia sociale diffusa e il martello di incombenti rischi depressivi causati dall’inazione, è presto evaporato.  Quindi, a partire dall’inizio di giugno, una moltitudine di voci ha ritenuto fosse giunto il momento di parlare della ripartenza, del ricominciamento di ogni genere di attività, comprese quelle della moda. Sono apparse un po’ ovunque come fossero ineluttabili domande come: Che fare? Come riorganizzarsi? Ripartiamo da dove eravamo rimasti? Sono convinto che l’opinione generale di molti degli addetti ai lavori, sia stata espressa con la consueta lucida chiarezza di linguaggio da Giorgio Armani sulle pagine di la Repubblica: “L’errore più grande adesso sarebbe tornare a fare tutto come prima. Abbiamo l’opportunità di rallentare e riallineare, per disegnare un orizzonte più vero e riguadagnare una dimensione più umana” (il grassetto, anche nelle citazioni che seguono, è una mia sottolineatura).

la moda al tempo dei virus

Sempre sulle pagine del quotidiano citato, Patrizio Bertelli il 3 maggio mi pare andasse nella direzione delle parole del collega dichiarando: “Si aprirà una fase più prudente nei comportamento del pubblico, gli acquisti saranno più attenti ma senza un atteggiamento di austerità, lo definirei più disinvolto”. Mi pare opportuno segnalare anche le parole di Donatella Versace riportate dal Corriere della Sera del 26 marzo dal momento che presentano una visione più radicale di un possibile futuro rispetto le riflessioni di Giorgio Armani: “Di una cosa sono certa: che niente sarà più come prima”.

Seguendo questa linea di pensiero, in forme diverse condivise da una moltitudine di testimonianze, la resilienza della moda agli effetti generati dal virus Sars-cov 2, presupporrebbe una inedita regolazione del suo dispositivo che potremmo categorizzare con il concetto di lentezza e/o rallentamento del processo di modazione, in qualche modo paradossalmente confermate da una prevista disinvoltura negli acquisti (nel senso che compreremo di meno ma meglio, senza troppi patemi d’animo). A tal riguardo mi permetto di aggiungere solo un pensiero: tutto ciò che sappiamo dell’uomo in relazione ai suoi desideri fa attrito con l’ammirevole buon senso di Armani e Bertelli, chi se lo potrà permettere sarà feroce nei suoi acquisti per rimuovere in fretta lo shock del lockdown…Ma è chiaro che probabilmente solo il segmento del lusso sarà implicato in questa crescita del desiderio, che ci lascia intravedere un dispositivo Moda che addirittura accelera il processo (di produzione di novità).   Comunque la vediate, sembra intuitivo comprendere che la nuova regolazione del dispositivo moda sia necessaria e implichi un ripensamento di tutte le sue fasi, una riorganizzazione degli ambienti produttivi e distributivi e un rilancio del sex appeal dei suoi oggetti-per-il-corpo.

Di passaggio mi piace sottolineare quanto l’obiettivo di una moda resiliente metta in gioco una creatività scalare disseminata lungo tutte le fasi del progetto di riorganizzazione dei processi. D’altra parte proprio la creatività dovrebbe essere la dimensione della modazione meno compromessa dai limiti imposti dalla prevedibile malattia indotta dal virus etichettata Covid 19 . A tal riguardo posso ricordarvi le parole di Miuccia Prada e Domenico Dolce riportate in un bell’articolo redatto da Paola Pollo sulle pagine del Corriere della sera (articolo dal quale ho tratto anche la precedente citazione dedicata a Donatella Versace). La prima disse alla giornalista: “In un momento di quiete obbligata c’è più tempo per riflettere e pensare per cui questo ritiro forzato aiuta la riflessione, il pensiero e quindi anche la creatività”. Domenico Dolce invece sosteneva di non poter fare a meno del suo ufficio: “Mi piace respirare il profumo della stoffa. Non riesco a ritrovarlo a casa. Così mi alzo e vado in ufficio. Con momenti di smarrimento perché mi manca la progettualità e la fisicità. Dall’altra parte sento che la scoperta di essere così fragili allontanerà la prepotenza della finanza, del denaro, delle speculazioni. E ci ritroveremo più umani…Voglio pensare che ci ritroveremo in un nuovo Rinascimento, dove la creatività sarà al primo posto. E come sarà l’abito? Come entrerà in un negozio?. Anche questo mi chiedo”. Ricordo di passaggio a lettore che le parole di Donatella Versace, Miuccia Prada e Domenico Dolce furono pronunciate verso la fine di marzo, quando il virus stava devastando Milano e gran parte del Nord Italia. Quelle di Giorgio Armani e Patrizio Bertelli si collocano sul confine della ripartenza, dopo l’appello al Governo che il presidente della Camera della Moda italiana, Carlo Capasa, pubblicò sui maggiori quotidiani, nei concitati giorni in cui veniva presentato l’ordine delle ripartenza per tipologia di esercizio, in difesa della filiera del Made in Italy.

2. Se escludiamo l’opinione dei negazionisti tipo gilet arancioni, i quali teorizzano ben poco, limitandosi a comportarsi come se il virus Sars-cov 2 non esistesse, oppure gli scienziati che contro l’evidenza di migliaia di morti hanno dichiarato l’inesistenza del problema (per essi infatti il virus in oggetto sarebbe più o meno equiparabile a una normale influenza), ebbene mettendo da parte queste figure della stupidità umana, il resto degli intellettuali/opinion leader/creativi che si è confrontata pubblicamente col problema del post lockdown mi pare possa essere divisa in due schieramenti: innanzitutto ci sono quelli che hanno profetizzato un cambiamento radicale della nostra forma di vita; per contro, ma sono stati molti di meno, vanno collocati i personaggi che pur riconoscendo la pericolosità del virus hanno dichiarato il loro scetticismo riguardo una modificazione di grande portata del nostro mondo.

I primi, hanno diffuso l’idea che il mondo non sarà come prima. I secondi hanno risposto attenuando di gran lunga il senso di questa formula epocale, dicendo per esempio, e cito lo scrittore Michel Houellebecq: ….non credo neanche per mezzo secondo alle dichiarazioni del genere “niente sarà come prima”. Al contrario, tutto resterà esattamente uguale (1).

Il lettore interessato alle previsioni dei profeti dell’imminente cambiamento, consiglio la lettura del bel libro edito da la Repubblica intitolato “Il mondo che sarà. Il futuro dopo il virus”. Nel testo in oggetto sono ripubblicate interviste a intellettuali, scienziati, filosofi, economisti di grande notorietà. Per esempio J.Rifkin, da decenni impegnato a narrare scenari futuri in tutte le direzioni. Riguardo il post-virus, il celebre futurologo parla di una diminuzione di sprechi e consumi, oltre a inedite misure di distanziamento sociale che cambieranno l’ingaggio prossemico e cinestetico tra la gente. Il premio Nobel per l’economia J.E.Stigliz  invece mette in primo piano la necessità degli investimenti nella ricerca scientifica e rispolvera un argomento sempre presente nei suoi interventi pubblici: più tasse per i ricchi e difesa dell’economia delle persone in difficoltà. Il filosofo S. Zikek vede un nuovo comunismo germogliare dal virus. A questo punto, pensatela pure come una par condicio, vi riporto un passaggio dell’intervista a Papa Francesco: “Ho chiesto al Signore di fermare l’epidemia: Signore, fermala con la tua mano. Ho pregato per questo”.  Per farla breve, quasi tutti gli interventi riportati nel libro mettono sotto accusa la globalizzazione, auspicando una sua radicale revisione e, come scrive A.Baricco, alimentano l’idea che “È probabile che l’emergenza Covid 19 finirà per rivelarsi come un crinale storico di immensa portata”.  A tal riguardo D. Quammen, autore nel 2012 di un bestseller il cui tema era proprio una pandemia (Spillover, Adelphi), dice : “La diffidenza verso la scienza e l’impazienza di negarla per credere in qualunque cosa meglio faccia il gioco di pregiudizi politici di un leader o partito…riducono le nostre chances di combattere il Climate Change così come il Covid 19. L’altra connessione tra coronavirus e cambiamento climatico è che hanno in fondo le stesse cause: le dimensioni della popolazione umana e l’insaziabile fame dei nostri consumi”. Vale la pena di sottolineare anche le parole di J,Diamond, dal momento che evocano una insidiosa previsione: È già ora di cominciare a pensare alla possibilità di un nuovo virus…bisogna che pensiamo ora al virus del futuro perché all’epoca della Sars, nel 2004, non abbiamo pensato alla successiva possibile epidemia. Così, pur potendolo fare, non abbiamo evitato l’odierna epidemia da Covid 19, che con quasi assoluta certezza è emersa seguendo la stessa dinamica della Sars”.

 

Devo dire che raramente mi è capitato di leggere con reverenza una vasta rassegna di opinioni predittive per molti rispetti in linea con le mie riflessioni e, al tempo stesso di percepirvi l’ombra del dissidio. Come ho scritto sopra, la significazione olistica della raccolta di interviste potremmo sintetizzarla con la preposizione dichiarativa “Niente sarà come prima”, ovviamente lasciando ragionevolmente aperta la questione del “meglio” o “peggio”, fatalmente ancorata alle decisioni politico/economiche e ai comportamenti che da esse discenderanno. Ma è proprio la visione del futuro emergente dalle parole degli intervistati a farmi problema. Personalmente propendo per una lettura alla Michel Houellebecq che, lo ripeto, parte da una dichiarazione opposta o contraria. Sostanzialmente lo scrittore francese non nega il cambiamento imposto dal coronavirus, ma la sua visione del futuro propende a considerarlo un acceleratore di processi già in atto da decenni e non il catalizzatore di una necessaria “rivoluzione”. Per esempio, gli effetti nefasti della globalizzazione erano noti da tempo, il riscaldamento globale e rischi connessi non lo dobbiamo al virus, le polemiche sulla erosione delle libertà dovuta alla digitalizzazione è un argomento ben precedente la pandemia, l’ombra gettata sulle democrazie da nuove forme di totalitarismo era ben visibile prima delle misure di contenimento della pandemia.

Quindi, e lo dico ora con le parole del filosofo Michel Onfray, il mondo post-lock-lockdown sarà…lo stesso ma peggiore.Modificherà il lavoro, l’insegnamento, i viaggi, gli spostamenti, le relazioni intersoggettive, gli equilibri tra città e campagna, il telelavoro, la sostituzione della “presenza” con la “distanza” aumenterà il potere della società del controllo che ha raccolto il testimone della vecchia società totalitaria. (La Repubblica 13 giugno 2020 pag.27).

moda nel tempo dei virus

 

3. Chiedo scusa al lettore che si chiederà le ragioni della lunga digressione. Ma vorrei ricordare a chi pensa la moda nei termini di un insieme di fatti, esperienze, emozioni autonome rispetto ad altre considerate primarie, o peggio come un mondo effimero, vorrei ricordare dicevo, quanto essa risulti strettamente connessa con i problemi che investono il corpo, la salute, l’economia generale e la governance politico/economica delle forme di vita all’interno delle quali opera. Non c’è dubbio sul fatto che la pandemia abbia fatto precipitare l’intero settore in uno stato di crisi senza precedenti. E l’attuale fase post lockdown costringerà brand, manager, stilisti a prendere posizione a partire dalle considerazioni generali che discendono dai due ipotetici schieramenti che ho precedentemente delineato: niente sarà come prima presuppone un futuro completamente disancorato dal passato; in questo contesto il cambiamento sembrerebbe implicare una inedita assunzione di rischi e svolte radicali; il suo opposto, saremo uguali, soltanto un po’ peggiori, potrà sembrarvi indigeribile per lo scetticismo che di certo non dissimula, ma al tempo stesso mi appare più realista e pragmatico dal momento che implica una più raffinata regolazione di un processo i cui determinanti rimangono quelli che erano prima dell’infezione.

Facciamo degli esempi. Non è vero che con la pandemia la moda si sia fermata. Durante il lockdown le vendite on line hanno avuto incrementi del 100%. Ma sono decenni che l’e-commerce aumenta progressivamente i suoi ricavi. Quindi non è stato il virus a generarlo. Siamo di fronte ad una accelerazione di un processo già in atto da tempo. È chiaro che relativamente al futuro della moda, possiamo immaginare che manager preparati, nell’immediato futuro investano più risorse nel digitale e cerchino di sfruttare con cognizione di causa influencers e social. Ci sarà certamente uno spostamento delle risorse pubblicitarie dall’off line al web. Possiamo immaginare un futuro con più tecnologie digitali nelle aziende, nuove figure aziendali verranno incorporate tra le risorse umane e così via. Lavoreremo di più dalle nostre case. Ma ancora una volta mi chiedo: dove sta la novità, la “rivoluzione”? Non è quanto ci raccontavano i sapientoni da almeno una decina di anni?

Un’altro degli argomenti preferiti tra chi prevede cambiamenti rivoluzionari è relativo alle regole di contenimento della pandemia, diffuse tra i pubblici con formula “distanziamento sociale”. È fin troppo ovvio che tali precauzioni obblighino a una diversa configurazione degli spazi di vendita e a un ingaggio percettivo dal sapore diverso con l’oggetto moda. Si prevedono meno clienti presenti simultaneamente nelle boutique e una minore libertà di azione: non potremo toccare abiti e tessuti come prima, la presenza attiva degli addetti sarà accentuata.

Indubbiamente queste regole di ingaggio interferiscono con la libertà di movimento alla quale eravamo abituati. Mi rifiuto però di considerare tutto ciò una “rivoluzione”. Salvo considerare il probabile aumento dell’appeal dell’on line come qualcosa di concettualmente nuovo.

moda nel tempo dei virus

C’è da dire però che una riorganizzazione della rete di vendita sarà una decisione operativa che prenderanno tutti i responsabili commerciali delle aziende. Ma considero tutto ciò conforme alla costante manutenzione strategica da sempre attiva tra i manager più efficienti. Insomma, fa parte del gioco adattare la rete di vendita a cambiamenti di ogni genere.

Collegato al principio di precauzione nella forma del “distanziamento sociale” troviamo l’uso delle mascherine. Anche in questo caso i fautori del “mondo nuovo” hanno profetizzato cambiamenti radicali nell’esperienza dei modanti. È più ragionevole pensare che anche la mascherina verrà indossata non solo per rispetto e protezione degli altri, ma anche come un capo d’abbigliamento con quel minimo di affettazione che appartiene ai riflessi condizionati della moda (ho già visto in circolazione mascherine intonate con il look, indossate con eccessiva disinvoltura, compresa quella malizia estetica, segno inequivocabile del supplemento di funzione orientato ai giochi di esibizione sociale). In sintesi dunque, distanziamento sociale e volto mascherato in che modo incideranno sui fatti di moda?

Immaginiamo che il sistema mente/cervello si adegui a percepire mediamente “l’altro” distanziato di due metri circa (evento prossemico molto improbabile tra l’altro, visto che i giovani sembrano fregarsene alla grande delle precauzioni anti Covid 19 suggerite dagli esperti). Cosa cambia per la moda? A voler essere pignoli si può certamente sostenere che eventi di massa caratterizzati dal piacere del contatto con “l’altro” da quali discendeva l’estesia fusionale sulla quale Michel Maffesoli ha scritto pagine memorabili (2), verranno ridimensionati. Penso alle discoteche, ai concerti, ai cinema novecenteschi…ma anche alle affollatissime sfilate dei grandi brand… evidentemente fino a quando non avremo il vaccino l’effetto murato per il pubblico dovrà essere seriamente limitato.

Non credo che tutto ciò comprometta scopi e fini della moda. Ammetto di essere di parte, ovvero detesto gli affollamenti, mi irritano i bacetti distribuiti a pioggia come tanti dolcetti, le sfregatine, le toccatine mi fanno imbestialire, quindi un metro in più del solito “dall’altro” non mi disturba affatto. Ma aldilà delle mie preferenze sono convinto che dare seppur forzatamente un nuovo senso alla distanza dal mio simile non indebolisca bensì rafforzi la moda. Voglio dire che maggior spazio tra le persone significa anche una percezione della bellezza meno compromessa dall’appiccicoso e vitalistico piacere di prossimità, tipico degli eventi studiatamente affollati, che fomenta un certo disordine sensoriale a scapito di un più armonioso ordine estetico.

Il distanziamento, ammesso vengano rispettate le indicazioni degli esperti, non significa affatto solitudine e rischi di crisi depressive. Tutti i rituali di esibizione e le qualità percettive come il fascino, l’eleganza, lo stile, possono seppur rimodulati, continuare ad essere motori interiori del desiderio di moda. A tal riguardo aggiungo una notazione. È pur vero che durante fasi più drammatiche della pandemia ci siamo chiesti se la ripartenza, quando sarebbe giunta, non dovesse scontare una drammatica caduta del desiderio (di moda). A tal riguardo, con lo sguardo rivolto al passato mi pare sia possibile immaginare il contrario. La Storia ci insegna che dopo i due tremendi conflitti mondiali del novecento, il primo seguito da una pandemia, la tragica spagnola (30 milioni di morti nel mondo), spinse l’Occidente nei favolosi anni venti. Il secondo conflitto mondiale generò uno sviluppo economico travolgente e una effervescenza di desideri culminata nei rivoluzionari anni sessanta. Ora, le due decadi citatate, venti/sessanta, vengono ricordate dagli studiosi del costume come momenti decisivi per l’integrazione della moda come motore per lo sviluppo della società. Possiamo quindi congetturare che la conseguenza e l’eventuale convivenza con Sars-cov 2 (in attesa del vaccino), non renda probabile una caduta del desiderio, bensì una sua trasformazione.

moda nel tempo dei virus

Il lettore attento, a questo punto, potrebbe obiettarmi: ma allora, sulla scorta delle tue ultime parole, come fai a negare la possibilità  di una nuova rivoluzione (nel campo della moda)? Come la metti con la tua adesione alla formula: saremo uguali, soltanto un po’ peggiori? Io credo che sia un errore rimuovere il fatto che le conseguenze dell’impatto del virus mettano a fuoco il campo di fenomeni sui quali, nel recente passato, abbiamo tergiversato nell’intervenire con decisione o addirittura fatto errori da non ripetere. Saremo uguali, significa dunque riconoscere che il virus non è una anomalia, ma fa parte del sostrato biologico del pianeta del quale conoscevamo bene le criticità. Perché saremo un po’ peggiori? La risposta è semplice: prima eravamo fondamentalmente incazzati, irascibili, sempre meno tolleranti…non vedo come il virus possa averci migliorati. Prevedo una radicalizzazione dell’ambivalenza dei nostri desideri e di conseguenza la propensione sia nel drammatizzare anche le cazzate, sia nell’attribuire fiducia immediata a ogni narrazione che cauterizzi provvisoriamente la ferita interiore dalla quale fuoriescono pulsioni dai bordi instabili.

Bene, per tornare alle basi pulsionali della moda, la domanda ora è: in quale direzione verrà spinto il desiderio? Se partiamo con l’osservare il modante con le lenti del passato, come ho già detto sopra, è lecito attendersi maggiore desiderio di acquisto. Ma a questo punto bisogna introdurre la variabile economica. Per la maggioranza delle persone il ripristino del potenziane d’acquisto pre=pandemia non sarà scontato né a breve scadenza. Avremo il segmento del lusso conclamato che probabilmente incontrerà clienti addirittura più ricchi e determinati nei loro acquisti. Per contro ciò che potremmo chiamare lusso intermedio e accessibile non potrà che attraversare un momento di drammatica flessione. L’attuale crisi costringerà gran parte dei brand a rivedere le proprie modalità organizzative in funzione di una “resilienza” che tutti oggi proclamano, auspicano e cercano, senza avere ben chiara la semantica aperta della parola: resilienti sono i materiali da costruzione, concepiti per resistere  meglio a urti e degrado…Dietro all’uso della metafora si intravede il mito della robustezza. Tanto per essere chiari, relativamente alla moda e al suo contesto economico e sociale, la robustezza e anche la resilienza sono una illusione.  Ritorniamo alla domanda sul desiderio e osserviamola ora dal punto di vista di chi ha tecniche, mezzi e risorse per dare ad esso una direzione. Conviene a tutti cominciare a pensare fenomeni come la recente pandemia, mettendola in correlazione con i modi della globalizzazione e il problema più grave che l’umanità deve affrontare ovvero il riscaldamento climatico. Il virus dalla Cina, in pochissimo tempo è arrivato in tutto il mondo. Mi pare chiaro che senza il mercato globale gli sviluppi dell’epidemia avrebbero avuto una progressione più lenta e gestibile. Dobbiamo forse mettere in discussione l’interconnessione delle economie? Il populismo dilagante dice di sì. Io sostengo invece che abbiamo bisogno di una maggiore globalizzazione, ovvero l’interconnessione non deve essere solo guidata dal mercatismo ma anche da protocolli rigidi che investono questioni fondamentali legate alla vita o alla morte di un gran numero di persone. Le reticenze del governo cinese nel fornire tutte le informazioni possibili nel più breve tempo possibile sono state la concausa dell’enorme estensione della pandemia. L’atteggiamento di totale noncuranza verso la scienza di personaggi di enorme responsabilità come Donald Tramp, Boris Johnson, Jair Bolsonaro non dovrebbe essere tollerata. Ma inutile farsi illusioni: la governance politica segue le sue logiche quasi mai lungimiranti. E poi, in definitiva, la maggioranza delle persone che conosco sono inclini a selezionare narrazioni sulla base della loro conformità ai propri pregiudizi e non a mettere al primo posto le informazioni scientifiche, quindi, e mi scuso per il mio cinismo, non sono meglio dei rappresentanti politici citati.

Tuttavia, mi piace pensare che lo shock dovuto al virus e alla percezione dell’inadeguatezza della nostra sopravvaluta forma di vita, abbia depositato tra numerosi soggetti una sorta di bisogno di congruità, di chiarezza…mi piacerebbe poter dire, di verità, ma forse esagero.

Ecco perché ritengo che il modo in cui nei prossimi mesi i brand della moda si presenteranno ai loro pubblici, probabilmente sarà più decisivo rispetto ai loro colpi creativi.

Proprio perché sappiamo quanto sia infido, stressante e in definitiva deludente il campo delle decisioni politiche, cercheremo nella moda un supporto che crei un bordo per il nostro desiderio, al quale aggrapparsi per sentirsi attraversati da quella corrente di eccitamento che ci dona la feconda illusione di essere di nuovo nel gioco di una socialità come individui.

Incazzati o depressi, suppongo che molti clienti saranno animati da un sentimento di partecipazione ai problemi globali che la pandemia ha incuneato di forza nelle nostre vita. In pratica a cosa voglio alludere? Mettiamola giù così: vinceranno i brand che si assumeranno l’onore di una presenza etica tra i propri pubblici più consistente rispetto al recente passato. So benissimo che si tratta di un percorso che molte aziende hanno già intrapreso da almeno un paio di decenni. Ma non credo di esagerare se affermo che nella maggioranza dei casi i cosiddetti protocolli etici finivano per rivelarsi solo dichiarazioni di buone intenzioni. La mia idea è che nell’immediato futuro sceglieremo gli oggetti che ci rendono più piacevole la vita, preferendo tra essi quelli supportati dalle narrazioni in qualche modo collegate con il campo dei problemi di tutti.

Saremo inclini a credere nel nuovo immaginario configurato dalle politiche dei brand. Avremo bisogno di crederci. Ma quando per qualsivoglia motivo ci sentiremo delusi o gabbati reagiremo con molta più intransigenza rispetto al passato (i social della rete, tra l’altro, sembrano un dispositivo perfetto per le ondate pulsionali di soggetti inclini a debordamenti continui dalla creduloneria all’indignazione).

4. Abbiamo visto sopra come la pandemia abbia forzato anche i protagonisti della moda a porsi la domanda: che mondo ci attende? Sarà migliore o peggiore di quello che abbiamo conosciuto? Cambieremo tutto o al contrario dovremo calibrare una nuova giustezza in tutte le fasi della modazione?

Se il mondo che ci attende sarà quello di prima, solamente più confuso; se noi saremo gli stessi, soltanto un po’ peggiori, quali potrebbero essere le qualità emergenti utili per sincronizzare i processi a mutamenti di cui non conosciamo la fine?

La risposta a queste domande ha recentemente posto in primo piano la previsione o l’attesa di una qualità emergente etichettata lentezza. L’idea di fondo che a molti la rende auspicabile è più meno questa: abbiamo disordinato troppo la logica dei processi moda…è giunta l’ora di rallentare il suo complesso ordine dei fattori. Cosa significa concretamente? Più ordine che disordine nelle collezioni, meno spettacolo fine a se stesso nelle sfilate, una creatività più armoniosa che dirompente, meno punti vendita (ridimensionamento della rete di negozi) ma configurazione di ambienti con più socialità (pur con tutte le precauzioni rese necessarie dalla pandemia), una globalizzazione meno destabilizzante, e così via….

La lentezza sembra decisamente una qualità conforme al momento congiunturale che stiamo attraversando. I miei dubbi sono relativi al fatto che interpretata in questo modo corre il rischio di essere fondamentalmente una parola-narrazione, che presa isolatamente, alla fine di tutto il bla bla bla risulti poco conforme ai fatti. Si perché pare ovvio che un certo ordine di decisioni debbano essere prese velocemente; altrettanto ovvia mi pare l’erosione che il digitale, il web, ha inflitto al mondo off line, e il digitale non tollera lentezze, bensì reclama la gestione di processi complessi costantemente sottoposti a rischi esponenziali. Penso anche alla pregnanza di qualità come la consistenza (intendendo con essa la durata della vita di un oggetto moda).. e poi perché non la precisione? Un guardaroba efficiente non dipende dalla quantità degli acquisti e in ultima istanza nemmeno dalla qualità de capi, bensì dal suo essere conforme a uno stile di vita. La precisione, tra l’altro, si sposa bene con un’altra qualità che definirei riciclabilità dell’oggetto, intesa non solo come possibilità da parte dell’industria di riutilizzare l’eventuale capo d’abbigliamento o la trasparenza dei processi produttivi, ma anche la possibilità per il cliente di restituirlo e cambiarlo (senza perdere troppi soldi).

Sappiamo tutti che le virtuosità sulle quali mi sono soffermato, rientrano nel citatissimo paradigma della sostenibilità detto anche green. Ma il fatto che tutti o quasi i protagonisti della moda parlino da almeno un decennio di sostenibilità, all’interno di un contesto sempre meno sostenibile, dovrebbe allertarci sull’effettiva valenza di questa parola-narrazione e spingerci a chiederci se possiamo ancora darle credito.

A volte cambiare il lessico aiuta a vedere meglio i problemi. A tal riguardo proporrei come cornice di scenari futuri il concetto di “moda anti-fragile”. Ovviamente spero che sappiate tutti che si tratta di una categoria di pensiero resa pertinente, per affrontare i problemi più gravi di una società complessa, grazie alle riflessioni di Nassir Taleb (3).

Più che insistere sulla resilienza io credo che sia l’anti=fragilità la qualità emergente da trasformare in progetto strategico. La globalizzazione ci sta dando più problemi che risposte (pensate all’aumento delle diseguaglianze, alle ondate migratorie, al depauperamento delle risorse primarie); gli spillover tra organismi viventi che per ora ci hanno regalato ospiti inattesi come Ebola, Sars, Sars-Cov 2 (in un paio di decenni), ma certamente non è finita qui, la stessa rivoluzione digitale che pur ha trasformato le nostre vite, ebbene tutte queste esperienze del nostro tempo, oltre a scombussolare l’economia, hanno depositato in noi il sentimento di essere estremamente fragili perché sottoposti a eventi stressanti (non facilmente prevedibili).

Allora, ispirandomi ai citati lavori di Taleb, trovo stimolante pensare che ci occorrano dispositivi/disposizioni che non considerino lo stress un nemico bensì il carburante per fare funzionare meglio i motori della sopravvivenza. È anti-fragile tutto ciò che non teme stress.

Dal momento che è facilmente prevedibile l’aumento di tensività a tutti i livelli, trovo conforto nell’idea di euristiche configurate attraverso una più raffinata regolazione tra il passato (tutti i nostri problemi più gravi hanno una “storia” fatta di errori e tentativi di soluzione) e un approccio al futuro nel quale conviene imparare a dimensionare i rischi (in particolare quelli esponenziali).

Cosa può suggerire l’anti-fragilità a chi opera nella moda? Taleb parla di strategia del bilanciere, ovvero fuor di metafora, di un modus operandi che tiene in somma considerazione le pratiche o le soluzioni che hanno dalla loro parte il tempo (tutto ciò che funziona da tanto tempo ha maggiori probabilità di sopravvivere rispetto a ciò che è nuovo), mixandole con una piccola quota di decisioni ad altissimo rischio. Per esempio, tanto per farmi capire meglio, immaginiamo di dover effettuare un investimento finanziario. La strategia del bilanciere consiste nell’investire gran parte del nostro capitale, diciamo il 90% in qualcosa di molto sicuro e riservare un 10% per investimenti ad alto rischio. Evidentemente trasferire queste indicazioni nel campo della moda non è semplice.

Però se mi metto nei panni di uno stilista, l’idea che una collezione debba essere per gran parte rispettosa della storia del mio brand (e dei miei clienti) e per una quota minore assolutamente nuova e rischiosa, a mio avviso è anti-fragile se paragonata alle strategie che privilegiano l’identità (concetto novecentesco divenuto quant’altrimai fragile) o le rivoluzioni creative permanenti (quasi sempre poco più di buffonate da sfilata).

Se chi opera nella moda invece che spazzolarsi il cervello con le cosiddette tendenze cominciasse a ragionare in termini di probabilità e di calcolo del rischio, oltre ad evitare le legioni di ciarlatani che come parassiti si sono embedded nel sistema, agirebbe nella direzione dell’anti-fragilità.

Insomma, per farla breve, Taleb ci invita ad evitare le soluzioni mediane, tipo un po’ di questo e un po’ di quello e poi visto che lo fanno gli altri un po’ di quest’altro ancora, credendo così di evitare ogni rischio,  tipiche delle decisioni nelle quali nessuno in realtà ci mette la faccia. Riconoscere le proprie fragilità e trasformarle in qualcosa di anti-fragile a me pare il vaccino migliore per una moda che con la pandemia può diventare più forte, autorevole, rispettata.

 

NOTE

1) Michel Houellebecq, Saremo uguali, soltanto un po’ peggiori, la Repubblica, 5 maggio 2020, pag. 30-31;

2) Michel Maffesoli, Au creux des apparences, Plon, 1990;

3) Nel libro “Il mondo che sarà” (la Repubblica) che ho citato, troverete anche l’intervista a Nassim Nicholas Taleb. Ho tenuto il suo nome a parte, dal momento che, aldilà della sintesi giornalistica, in realtà mi ha ispirato la lettura del suo “Antifragile” (il Saggiatore, 2013).

 

Lamberto Cantoni

15 Responses to "Riflessioni sulla moda nel tempo dei virus (soprattutto di quelli che verranno)"

  1. mauri   3 Luglio 2020 at 10:43

    Io sono uno di quelli che sostengono che il corona cambierà tutto. Apprezzo l’argomentazione dell’autore ma non la trovo convincente. Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione e prima ce ne rendiamo conto e meglio sarà. Credo anche che la lentezza sarà una necessità e al tempo stesso una imposizione determinata dalla crisi in atto. L’antifragilità è una bella trovata ma la considero troppo speculativa.

    Rispondi
    • ann   3 Luglio 2020 at 17:23

      Anch’io ero pessimista. Ora molto meno. La moda non credo cambierà molto. La gente non va nei negozi soprattutto perché mancano i soldi. Sulla lentezza sono d’accordo con chi ha scritto l’art., presa da sola non significa molto. Sono d’accordo anche sul maggiore coinvolgimento degli stilisti sui problemi di tutti. Non so se sia un problema di etica ma viviamo tutti nello stesso mondo e vanno premiate le aziende che ce lo dimostrano.

      Rispondi
      • Antonio Bramclet
        Antonio   3 Luglio 2020 at 19:32

        Hai ragione Ann, ma come facciamo a sapere che quello che gli stilisti dicono di fare per il pianeta è vero? E poi mi chiedo: quando recitiamo la parte del consumatore siamo proprio così disponibili ad essere etici? O scegliamo ciò che ci piace e conviene? La Covid è una gran disgrazia ma non è detto che duri all’infinito. Arriverà il vaccino. Gli unici cambiamenti che vedo dipendono dall’economista. Meno soldi in giro per via della crisi e meno moda medio bassa verrà consumata. Penso sia fisiologico. Chi continuerà a fare business rilancerà con i suoi acquisti soprattutto il lusso. Non credo proprio che per solidarietà con gli sfigati diverrà una persona morigerata. Cosa c’è di nuovo in tutto questo?

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  2. lucio   4 Luglio 2020 at 11:22

    Il virus non è sparito. Basta leggere i giornali con le notizie dei nuovi focolai. La moda deve guardare più lontano del solito. La ristrutturazione del business non dovrebbe essere pensata come qualcosa di provvisorio. Non so se ho capito cosa significa anti fragile, ma a naso è una strategia giusta.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   5 Luglio 2020 at 09:47

      Ovviamente sono d’accordo con quello che dici. La moda non ha bisogno di rivoluzioni, parola dal sapore ottocentesco che lascio agli idioti. Ha bisogno invece di scelte coraggiose e di protagonisti che che amino e al tempo stesso rispettino il rischio. Sull’anti fragilità ti consiglio di leggere il libro di Taleb dal quale traggo questa citazione: “Il fatto che coloro dai quali traiamo più benefici non siano soltanto quelli che cercano di aiutarci (per esempio con un CONSIGLIO), ma le persone che hanno provato a danneggiarci, e alla fine non i sono riuscite, è alquanto sconcertante”.

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    • mauri   6 Luglio 2020 at 17:04

      Il mondo dovrebbe rallentare. La qualità da riscoprire è la lentezza. Non solo nella moda !!!

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      • Antonio Bramclet
        Antonio   6 Luglio 2020 at 17:18

        Come facciamo a rallentare la moda o il sistema? Ho il timore che sia solo una bella parola che oggi ci piace perché veniamo da un secolo vissuto nel mito della velocità. Come si fa a fermare miliardi di persone? Non è realistico.

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        • ann   6 Luglio 2020 at 18:48

          carissimi, il virus a quanto pare c’è riuscito.Però tutti si lamentavano della ritrovata lentezza!!!

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      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   7 Luglio 2020 at 12:03

        Io credo che tutte le fasi temporali che chiamiamo “crisi” ci costringano a cambiare la regolazione di ciò che fa funzionare la nostra forma di vita. È così da sempre. Non nego che ogni crisi abbia la sua specificità. Una pandemia è diversa da una crisi economica. Le regole di interazione tra le persone devono essere riviste. Emergono problemi psicologici di difficile interpretazione. La paura (di essere contagiati) dai nostri simili mette in crisi il contratto fiduciario con l’altro che gioca un ruolo importante per la vita affettiva e di lavoro di tutti.
        Tuttavia vedo con sospetto l’uso smodato della parola “rivoluzione” dal momento che, dal punto di vista storico, essa partiva dal fare tabula rasa di tutto ciò che funzionava da standard, con l’ambizione di costruire una mondo nuovo, un soggetto nuovo. Lo sappiamo tutti cosa hanno realmente prodotto i “rivoluzionari” e personalmente non ci trovo nulla di desiderabile nelle loro arroganti visioni.
        Immaginare per contro, che una crisi, possa essere affrontata agendo empiricamente su pezzi di reale cambiando il loro modo di funzionare non ha nulla di teleologico, ma punta a verifiche di efficacia, diffonde l’idea che il campo delle pratiche è più decisivo di quello delle ideologie.
        Parlare di lentezza in un mondo che ha opposto il web all’immobilismo generato dal virus mi sembra incomprensibile. Noi controlliamo processi da grande distanza e lo facciamo sempre più velocemente. Certo abbiamo il dovere di chiederci dove tutto ciò ci porterà e se ci conviene esasperare la digitalizzazione del mondo e delle relazioni. Ma a tutt’oggi non possiamo dire che è prevedibile un mondo più lento. Anzi tutto ciò che è lento sembra un problema (come il tappo burocratico che ha ingessato il nostro Paese). Possiamo usare con appropriatezza il concetto di lentezza solo se specifichiamo con precisione il contesto di intervento. Per esempio, dare più durata all’oggetto moda (rallentandone il ricambio) può avere senso, a patto di accelerare i tempi necessari affinché la maggioranza della gente possa avere accesso alla qualità migliorata dei prodotti. Ovvero più lavoro e più soldi in tasca alla gente.

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  3. enzo   6 Luglio 2020 at 08:48

    Non capisco le remore dell’autore sulla rivoluzione, è solo una parola. Se non possiamo usarla per le devastazioni del Sars cov quando dovremmo?

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   7 Luglio 2020 at 18:32

      Cosa vuoi farci, nella mia vita l’ho vista usare soprattutto da cretini. Comunque sono d’accordo…in definitiva è solo una parola. Tuttavia non dovremmo mai dimenticare quanto le parole possano sia consentirci di cambiare il mondo e sia di alterarne la cognizione aprendo la strada a falsi miti.

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  4. james   9 Luglio 2020 at 10:28

    Argomento all’ordine del giorno. Solo due cose: la vera crisi deve ancora arrivare e la moda a parte qualche intervista non è che brilli per interventi o altro. Parliamoci chiaro, che cosa possono fare gli stilisti?

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   9 Luglio 2020 at 17:45

      Non possiamo certo chiedergli il vaccino contro il virus. Tuttavia potremmo auspicare una disponibilità dei brand a non comunicare scemenze, banalità e puro godimento nel consumo. Non credo sia idealistico chiedergli di esplorare la creatività favorevole a un immaginario in qualche modo “responsabile”. Io credo sia nel loro interesse.
      Va anche detto che nel nome della sostenibilità sono state fatte tante cose. Bisogna dare continuità a questi progetti e farli divenire qualcosa che i consumatori percepiscono come parte integrante dell’identità del brand.
      Io non sottovaluterei la straordinaria influenza che gli attori principali della moda possono avere per una moltitudine di soggetti. Ti ricordo infine che in Italia il sistema produttivo legato alla moda (la famosa filiera) ha una consistenza industriale notevole. Come tutti i comparti che consumano energia, inquinano e contribuiscono a degradare l’ambiente, anche la moda deve impegnarsi a ridurli, per raggiungere la fatidica soglia che ci sgraverebbe da fortissimi rischi di implosione dell’umanità così come la nostra generazione l’ha conosciuta, rischi letali che oggi gli esperti collocano in un tempo sempre più vicino al nostro presente.

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  5. valeria   10 Luglio 2020 at 17:43

    La pandemia ci ha cambiati. Non saremo né peggiori né migliori, saremo diversi. Non credo che si possa paragonare la pandemia ad una guerra, la pandemia é la disfatta dell’uomo da parte della natura, un metterlo di fronte non solo alla sua precarietà personale ma a quella dell’intera umanità. Sulla pandemia abbiamo ascoltato tutto e il contrario di tutto” brancolando nel buio”per mesi (e forse lo stiamo ancora facendo). Per superare l’isolamento imposto ci siamo re-inventati, siamo diventati più creativi (ricette di cucina, canzoni, ricamo ecc ecc), ma anche più critici, più riflessivi. I nostri acquisti sono più ponderati e quindi più lenti, più pensati. Sono aumentate le vendite sul web e senz’altro sono destinate ad aumentare: chi ha voglia ora di entrare in negozi con mascherina, guanti, disinfettante…?
    Molte persone hanno lavorato da casa, probabilmente molti continueranno a farlo: questo significa una scelta diversa di capi d’abbigliamento, non più la quantità (mi cambio per andare al lavoro) ma la qualità, ovvero voglio capi consoni al mio stile di vita, alla vita che ho scelgo finito il lavoro (per lo sport, per il teatro, per frequentazioni con amici, per serate all’opera…). Ritornerà, secondo me, l’eleganza, la “bella moda” dei capi non d’impatto, non usa e getta, ma durevoli nel tempo, ricercati e curati nei particolari. La bellezza é sempre armonia e l’armonia a sua volta é equilibrio. Equilibrio con noi stessi ma anche equilibrio con la natura e tra esseri umani. Siamo diventati più critici e non sopportiamo le delusioni. Le aziende devono dare ciò che ci promettono, devono ponderare le loro offerte.
    Tutto tornerà com’era?
    Personalmente non credo, per lo meno non in tempi brevi.
    “Perché tutto torni come prima, tutto deve cambiare”, é scritto nel Gattopardo.
    Ma troppe, troppe cose devono cambiare:
    Devono cambiare i rapporti tra paesi ricchi e i paesi poveri, il grado di istruzione, l’ecologia, ….tutte le cose di cui abbiamo preso coscienza in questi mesi.
    La moda stessa deve cambiare non solo nelle proposte finali ma in tutto il suo sistema industriale.
    Grazie per l’articolo ricco e completo di molte sensibili riflessioni.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   11 Luglio 2020 at 10:37

      Apprezzo la saggezza di Valeria. Ovviamente sottoscrivo tutto quello che ha scritto sull’abbigliamento futuro. Come auspicio, voglio dire. Purtroppo non sono un saggio e mi viene spontaneo immaginare che l’ipotesi peggiore non debba essere sottovalutata. Armonia, bellezza,,equilibrio sono qualità rare e improbabili per noi esseri umani. Preferisco pensare che fondamentalmente siamo degli immerdatori e quindi la questione è: come la limitiamo? Come la raccogliamo? Dove la mettiamo?
      La moda per troppo tempo ha limitato la sua visione sulle dimensioni ideali della sua estetica…eleganza, bellezza, novità…è ora che ragioni sui residui che l’idealizzazione ha sistematicamente rimosso.

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