Accadde Oggi: 60 anni fa Fellini vinceva la Palma d’Oro per La Dolce Vita

Accadde Oggi: 60 anni fa Fellini vinceva la Palma d’Oro per La Dolce Vita

ITALIA – Sessant’anni esatti fa, il nostro Fellini conquistava la Palma d’Oro a Cannes con un film che ha rappresentato come nessun altro il cinema del XX secolo. Ripercorriamo la carriera del regista senza tempo.

E’ il 20 maggio del 1960 e a Cannes sembra di stare a via Veneto. Federico Fellini, un’icona, un pioniere, un genio assoluto la cui eredità si sente ancora oggi (anche se resta impenetrabile e inarrivabile) vince la Palma d’Oro per La Dolce Vita. La pellicola, che batte ogni record di incassi e diventa un caso nazionale, segna il costume italiano. E oggi, a 60 anni da quell’avvenimento che consacrò il regista riminese, vogliamo ricordare non solo quel film meraviglioso, non solo quel bagno nella fontana, ma anche la carriera di un cineasta unico.

Marcello come here. Hurry up!”. Cinque parole. In inglese. Cinque parole che ancora oggi riecheggiano nella Fontana di Trevi. Basta ascoltarle per farci rivenire in mente il volto e il corpo di Anita Ekberg e l’espressione di Marcello Mastroianni. Amata, imitata e riproposta in decine di film successivi, la scena del bagno nella fontana rappresenta come nessun’altra il cinema del XX secolo. A Roma, associare tale espressione a Via Veneto è diventata una cosa fin troppo naturale. Quelle immagini, quelle storie, quelle sensazioni, hanno indelebilmente segnato questo luogo della Città Eterna, e basta passarci un attimo per essere subito trasportati nei mitici film di Fellini.

L’IMPORTANZA DI FELLINI NELLA STORIA DEL CINEMA

Fellini Palma D’Oro a Cannes: 60 anni fa il trionfo

Genialità pure, imprevedibili, umanità inspiegabili con criteri razionali, che innestano un pezzetto di cielo nella nostra quotidianità. Capita solo qualche volta nell’arco di un secolo. Ma capita. Il miracolo della grazia che talvolta si incarna in una precisa personalità artistica è quello che ci fa dire che Dio non si è dimenticato di noi. E la controprova del genio sta nel fatto che gli viene tutto facile, che la melodia scorre come l’acqua di un ruscello e si fissa sul pentagramma, come per Mozart che non aveva bisogno di cancellature. Ecco, tutto questo accade nella musica, nel teatro, nell’arte certo, e accade anche nel cinema. Un esempio lampante di tutto ciò non può che essere Federico Fellini, un maestro più che un regista, uno che per dono ha ricevuto l’enorme facilità espressiva, unita a una felicità tipica dell’uomo che si accorge che l’immagine interiore aderisce perfettamente alla forma visiva.

E noi, il pubblico, questa miscela l’abbiamo adorata, percepita, annusata, capita, apprezzandone il valore e la grandezza a livello incondizionato.

E’ per questo che oggi, 31 ottobre 2019, a 25 anni dalla scomparsa di Federico Fellini, non possiamo non tributare un genio assoluto del cinema italiano e mondiale, la cui influenza stilistica e contenutistica sulla scena internazionale è forte e continua ancora oggi: da Paul Mazursky a Martin Scorsese, che disegnò i suoi antieroi del film Mean Streets basandosi sulla struttura de I Vitelloni (cliccate qui per le parole di Scorsese su Fellini alla Festa del Cinema), fino ad arrivare a  Spike Lee, Charlie Kaufman, Woody Allen e il nostro Paolo Sorrentino.

L’arco espressivo di Federico Fellini ha raccontato il nostro ‘900 come nessuno, e in generale, ha raccontato tutto sulle nostre vite, con la sua rappresentazione dell’ingenuità, degli ultimi come depositari della felicità (La Strada) della provincia incantata (I Vitelloni) della mostruosità fascinosa della metropoli (La Dolce Vita) dell’inconscio (8 e mezzo) fino al canto finale della solitudine e della nostalgia (Amarcord e La Voce della Luna).

FELLINI E LE KERMESSE INTERNAZIONALI

fellini palma d'oro

Candidato 12 volte al Premio Oscar (nessuna vittoria, una macchia per l’Academy non certo per lui), per la sua attività da cineasta gli è stato conferito nel 1993 l’Oscar alla carriera. Ha vinto inoltre due volte il Festival di Mosca (1963 e 1987), la Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 1960 e il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1985.

Veniva dalla satira e dal fumetto Fellini; da Rossellini imparò lo stile, il mestiere e i segreti del Neorealismo, punto più alto della storia del cinema italiano senza discussioni, per poi differenziarsi inserendoci un maggiore umorismo, un’ironia tutta sua e molte note autobiografiche all’interno dei suoi racconti.

Se Antonioni è l’autore che ha meglio rappresentato la crisi esistenziale e dei valori della società occidentale del ‘900, Fellini è stato invece il simbolo di un cinema barocco, esplicitamente affabulato, perfettamente cosciente della finzione dello spettacolo, che sa coinvolgere lo spettatore immergendolo in una sorta di fantasmagoria sonora e soprattutto visiva.

Paolo Riggio

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